DIARIO ARGENTINO: PRIMA PARTE

5 aprile

Non ero più abituato alle frontiere: quando mi risveglio mentre l’aereo è già sopra l’aeroporto di Buenos Aires, Eva mi porge la scheda da compilare. Un attimo di smarrimento, erano anni che non capitava. Scrivo diligentemente il numero di passaporto e rispondo alle poche domande ovvie e spesso un po’ sciocche, ma di certo come per entrare negli Stati Uniti dove ti chiedono se sei comunista e appartieni a organizzazioni terroristiche. Tutto è andato via liscio, a parte la coda, ma tutto sommato leggera anche quella. La mancanza di una vera frontiera sarebbe la sola ragione che ancora mi tiene aggrappato al progetto dell’Europa comune. Troppo poco, ormai, anche perché quell’Europa ha smarrito del tutto il peraltro tenue entusiasmo dei suoi inizi. Per tutti gli altri, infine, i nostri confini sono diventati spazi di morte e di soprusi. Qui la frontiera c’è, ma l’Argentina è pur sempre un luogo in cui l’italianità è parte costituente dell’identità nazionale: “Benvenuto professore” mi accoglie in perfetto italiano l’agente che controlla il passaporto.

Buenos Aires

Se si guarda alle persone che circolano per le strade di Alto Palermo, Belgrano o Recoleta, sembra di essere in una città europea e non latino americana. La stessa sensazione la si prova osservando i palazzi: l’architettura di quelli più antichi è in stile Tudor (retaggio della dominazione inglese) o neoclassico, in quelli più moderni prevale l’influenza della Bauhaus e a Porto Madero il ponte di Calatrava ne ricorda un altro che si trova a Berlino. Berlinese è pure la presenza della vegetazione all’interno del tessuto urbano in una misura assai notevole. Non solo parchi grandissimi, ma alberi in tutte le strade: a Buenos Aires si è sempre all’ombra, la città è pur sempre nel mezzo della Pampa. Le dimensioni sono più grandi di quelle berlinesi, gli alberi possono arrivare anche fino all’ottavo piano delle case, le grandi Avenidas sono larghissime, la 9 de Julio è addirittura a dodici carreggiate. Se ci si allontana un po’ dal quartiere e si va verso la periferia ecco un’architettura che si può definire coloniale, ma le piccole case a un piano richiamano pure lo stile della villetta inglese con tanto di piccolo giardino; ancor più fuori le favelas s’intravedono solo dai mezzi di trasporto.

Il confronto con la cultura europea è certo uno dei tratti dell’Argentina e anche uno dei motivi di risentimento da parte delle altri paesi latino americani; infine manca un vero elemento indigeno autoctono (molti indios sono immigrati dai paesi limitrofi) e manca quasi del tutto l’influenza africana che è tanta parte, per esempio, di Brasile e Colombia. Tornando alla cultura in senso lato l’elemento francese predomina in molti campi a cominciare dalla psicoanalisi, la cultura italiana è largamente presente negli stili di vita e nella letteratura, mentre la finanza è ispanica o statunitense. Esiste però qualche elemento che sia inconfondibilmente argentino? Bisogna arrivarci pian piano per scoprirlo, passo dopo passo.

Siamo invitati fuori città in una zona periferica ricchissima di verde dove si trova un country, cioè un luogo attrezzato con piscina, giochi per bambini, uno spazio abitativo con venti posti letto e un quincho, cioè un locale all’aperto con una tettoia, un’ampia tavolata e un grande griglia dove si cucina l’asado. Ci accompagna in auto una coppia di giovani amici di Eva. Uscire da Buenos Aires non è come dire, ma a un certo punto arriviamo all’autostrada.

Es la Panamericana mi dice il giovane alla guida:

?Y donde vas? chiedo a mia volta.

Se puede llegar hasta a la Alaska.

La frase mi lascia senza fiato: l’idea di un’autostrada che arrivi fino all’estremo nord degli Usa, mi fa capire che siamo davvero in un altro spazio geografico. Sommando i vari pezzi di autostrade anche da noi si può arrivare fino a Kiruna e al circolo polare artico, ma a nessun europeo verrebbe in mente di dire – trovandosi in auto sulla Brennero Monaco di Baviera – che quella strada porta in Finlandia: basterebbe questo per dire che la frontiera come entità psicologica, e barriera interna esiste eccome, anche se formalmente le frontiere europee non esistono più. La frase del nostro accompagnatore invece, mi ha dischiuso un mondo, di cui avrei poi trovato conferme più volte. Geograficamente e in senso fisico c’è un sentimento diffuso d’appartenenza alle due Americhe, ovunque ci si trovi: poi esistono i nazionalismi, i contrasti con gli Usa, ma terra e natura sono comuni e non hanno confini. Le Americhe sono continenti di grandi spazi e popolazione umana rarefatta rispetto agli standard europei: la stessa sensazione l’avrei provata un anno dopo anche in Colombia.   

Il country è stato affittato da una giovane coppia con figlia di nome Amanda che compie un anno proprio quel giorno. Quando arriviamo mi sembra davvero di essere a Berlino: costruirsi la casa di campagna lungo i rami della Spree o dell’Havel è una consuetudine cui i berlinesi tengono molto. Sono luoghi rustici dove vanno a trascorrere il fine settimana. Ciò che colpisce qui sono ancora una volta le dimensioni di questo spazio. Piove e finiamo presto sotto il quincho, dove il padrone di casa Mattia, padre di Amanda e marito di Laura, sta già preparando un enorme asado; nell’attesa si fa una picada – quello che noi diremmo spuntino, oppure stuzzichini: affettati di varie genere formaggi e insalate in stile italiano a parte il salamin de Tandil e quello di Santa Fe. Sono di origine piemontese ed è l’anziano padre di Mattia  a raccontare la storia della famiglia, emigrata in Argentina a fine ottocento. Ci fu un’emigrazione italiana dal nord che riguarda un po’ tutti e che forse è meno conosciuta: liguri  e piemontesi, lombardi e veneti. La festa, i volti delle persone, il gusto semplice di una convivialità intorno al mangiare insieme sono molto italiani, tuttavia tenendo conto che le persone che vedo qui fanno parte di una classe media delle professioni, mi colpisce il tono informale, anche un po’ spartano: il quincho stesso richiama qualcosa del mondo dei rancheros, dove infondo tutti devono mettere le mani nella terra. I modi sono semplici, non hanno nulla della raffinatezza troppo esibita di un pranzo borghese di città: infine, per preparare un asado bisogna sudare e rimboccarsi le maniche. Il vino è argentino, le combinazioni sono strane, viene dalla zona di Mendoza, la regione del vino per eccellenza. Un tipo di Malbec – la marca più prestigiosa – vinse lo scorso anno un premio mondiale della vinificazioni; perché stupirsene peraltro? Il vino è una tradizione sia italiana sia spagnola, anche se quello che bevo non sempre mi convince. Ci sono molti bambini piccoli, qualche neonato e a occuparsene sono sia le giovani madri sia i padri con naturalezza, una naturalezza che ricorda anche le nostre giovani generazioni. Torneremo a Buenos Aires in auto con una giovane donna con figlio ancora in fase di allattamento: si è fatta i suoi 50 chilometri da sola, con il bambino nel seggiolino posteriore e senza grandi patemi d’animo nonostante i pianti.

Dove sta allora l’identità argentina? Esiste? Durante il pomeriggio si aprono alcune finestre: la prima è legata a un incontro. Mi avvicina un giovane uomo biondissimo, che potrebbe venire addirittura dal profondo nord europeo e invece è di origine italiana e si è avvicinato a me per questo. Comincia a raccontarmi la storia della sua famiglia, passo dopo passo capisco che si sta commuovendo. Faccio poche domande e ascolto: non è solo la sua storia, quella che prende vita nella sue parole e nel suo ricordo è una vera e proprio epopea dell’emigrazione, ma anche una forma del tutto particolare di identità. Ogni argentino potrebbe raccontare storie simili, anche Eva mi ha parlato più volte delle sue due famiglie i Gerace e i Gemelli, che si inseguono fra Calabria e Argentina, in un gioco di rimandi continui. Un paese dove l’emigrazione è identità di narrazioni, diverse ma tutte con qualche particolare che le accomuna. Forse in un certo senso avrei dovuto saperlo anche prima, tuttavia l’impatto con tale realtà è molto forte e segna un’identità nomade, sempre alla ricerca di radici, perché in tutte quelle storie c’è sempre anche qualcosa che manca: una zia con cui si era partiti insieme e che poi si è persa, un altro che improvvisamente ritorna. Si dice che l’Argentina sia il luogo dove è più facile mimetizzarsi e scomparire e forse è proprio così. Poi, insieme a tutto questo ci sono anche la hyerba mate, il tango e il calcio.

I desaparecidos, l’Argentina e noi

In Plaza de Mayo ci arriviamo il terzo giorno di permanenza: ci sono lavori di ampliamento e restauro un po’ ovunque e questo la rende un luogo estraniante, quasi anonimo in mezzo a ponteggi, gru, scavi: solo dalle fotografie è possibile apprezzare la fisonomia originale di questo luogo storico per le iniziative coraggiose e vincenti delle Madres de plaza de Mayo: sullo sfondo l’uno di fronte all’altro il Cabildo e la Casa Rosada, i simboli del potere e dell’indipendenza del paese insieme alla bandiera.  Il luogo non suscita particolari emozioni a differenza di altri due spazi che visitiamo il giorno successivo: la ex Esma e il Parque de la Memoria. Esma fu una caserma e un luogo di tortura: molti desaparecidos sono passati da qui per essere poi uccisi in diversi modi. Ora è la sede di un centro culturale intitolato a Heraldo Conti, giornalista e scrittore arrestato e scomparso a sua volta. Le iniziative che si tengono al Conti sono diverse e denotano tutte una grande ricchezza, in particolare i festival e la proposta cinematografica.

Il Parque de la memoria, invece, è uno spazio molto grande e aperto, a ridosso della città universitaria. L’iscrizione che si legge all’ingresso suona così: Parque de la memoria por las victimas del terrorismo de estado. Tale titolazione mi sorprende: che i famigliari delle vittime siano riusciti a imporre una dizione così esplicita e la formula terrorismo di stato, dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti gli argentini e anche per tutti noi: nella sua semplicità è un discorso sulla verità di quanto accaduto, quello che manca in Italia sulle stragi di stato che hanno costellato la vita sociale e politica italiana da Portella della Ginestra fino a quelle del 1992-3. I monumenti che contiene il Parque sono austeri e molto semplici: il museo, alcune sculture all’aperto e una serie di muri che si affacciano da uno spazio erboso leggermente rialzato, sul Rio de La Plata, in uno dei suoi punti più larghi, tanto che non si vede la riva opposta. Su di essi sono scritti i nomi degli assassinati e dei desaparecidos durante la dittatura militare (1976-1982), ma il tragico elenco comincia da prima perché gli squadroni della morte erano attivi anche nel periodo immediatamente precedente il colpo di stato. Sulla punta estrema del complesso monumentale e a ridosso della riva si può vedere, nelle acque del fiume il monumento al bambino desaparecido. Entriamo nel Museo, dove insieme alla memoria degli scomparsi c’è una sezione video dove dei bambini scampati all’eccidio si rivolgono ai loro genitori o fratelli, oppure amici e amiche desaparecidos con lettere che leggono con una dignità e un’asciuttezza di toni incredibili. È un programma che fa parte di una strategia di ricostruzione della propria personalità e di metabolizzazione del dolore proprio attraverso l’uso attivo della parola e della memoria. Proprio l’assenza di retorica fa risaltare ancora di più la forza della parola e del dolore, i loro volti, che non cedono alla tentazione della commozione, moltiplicano la nostra. Usciamo e ci dirigiamo verso i muri e la solare collina verdissima che li ospita. Sono cognomi italiani e ispanici, ebraici e in qualche caso tedeschi: c’è un mondo intero e ci sono tutte le età. Fra loro ho contato anche otto Romano e quattro Roman: non avevo mai pensato che il mio cognome potesse trovarsi fra quelle vittime.

La visita ai due musei mi ha riproposto una domanda che mi sono fatto più volte e in momenti diversi: perché non capimmo, nel 1976, che quanto stava accadendo in Argentina era la stessa cosa che era accaduta in Cile nel 1973? Perché non ci furono manifestazioni, appelli, scontri, come ci furono in occasione del colpo di stato cileno? Perché tanta cecità, che si sciolse solo sul lungo tempo e solo grazie alle coraggiose iniziative delle Madres de Plaza de Mayo? Provo a rispondere portandomi dietro un vissuto di dolore che rende ancor più urgente la domanda. La sconfitta cilena fu vissuta inconsciamente come un cambiamento di fase che ci lasciò senza fiato. Da un lato suonava come la riconferma che fosse impossibile, per le forze operaie e rivoluzionarie, raggiungere il potere politico in libere elezioni e questo ci poneva di fronte a un dilemma che si sarebbe risolto in modo drammatico nel giro di poco tempo. C’era però anche dell’altro. Durante la guerra del Vietnam, avevamo sentito e intuito che le nostre manifestazioni in Europa e negli Usa erano state un fattore decisivo nella vittoria dei vietnamiti. Di fronte al colpo di stato in Cile misuravamo invece che tutta la solidarietà che avevamo espresso anche prima in forme simboliche e concrete, non era stata in grado di influire prima e tanto meno a colpo di stato avvenuto. Era una duplice sconfitta, là e qui. Quello che era successo in Cile aveva il marchio di una chiarezza che tutti percepivano: capitalismo e democrazia sono incompatibili. Lo sapevamo e lo dicevamo negli slogan e ora lo toccavamo con mano. Oggi sappiamo dalla desecretazione di molti documenti che la preoccupazione di Nixon e di tutta la Trilateral era che l’esempio cileno potesse influenzare la scena politica italiana. In sostanza, gli avvenimenti cileni crearono una miscela di frustrazione e ripiegamento, da un lato, di fuga verso la lotta armata dall’altro. Tutto questo però non basta ancora. Che ci fosse uno scontro in Argentina fra gruppi armati lo sapevamo, i dubbi sulla lotta armata riguardavano la sua fattibilità in occidente: perché dunque non ci si mosse, rispetto a uno scenario che rimaneva diverso dal nostro e in cui l’esempio cubano era ancora vivo? Forse un’altra causa fu che l’immagine che avevamo delle forze guerrigliere argentine (PRT, ERP, Montoneros) era per noi più opaca di quanto non fosse stato lo schieramento cileno; poi c’era il problema del peronismo, che confonde assai anche gli argentini e che tanto più confondeva e confonde noi. Campora fu vissuto in Italia come un uomo potenzialmente di sinistra e forse la stessa cosa avvenne in Argentina. Infine, a ridosso del 1976, il movimento del ’77, caso unico in tutta Europa per ampiezza e creatività, ci riportò alle nostre questioni interne. Il ’77 fu diverso dal ’68 per molte cose, una su tutte: non ebbe uno sguardo internazionalista, un elemento invece essenziale nel ’68. Il ’77 fu un fenomeno che richiudeva il nostro discorso in una dimensione tutta italiana. L’America latina e non solo, diventavano improvvisamente lontane, anche se erano passati soltanto quattro anni. Quando l’Argentina emerse dolorosamente nel 1982 dalla dittatura, da noi c’era stato il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Nell’’80 la marcia del 40.000 della Fiat aveva chiuso un ciclo di lotte che era iniziato nel 1962. Eravamo in un altro mondo e quando cominciavamo ad apprendere di desaparecidos e altro, da noi era tutto finito. Il femminismo, inoltre, aveva infranto molti tabù, ma anche demolito convinzioni che avevano alimentato la sinistra extra parlamentare. L’Argentina fu presa nel mezzo, in un momento di cerniera fra due fasi che erano in realtà due continenti che si stavano separando: cominciava a finire il ‘900 e l’Argentina fu una delle faglie su cui questo terremoto, ebbe gli effetti più devastanti, mentre da noi cominciavano anni di riflusso, di riflessioni, di ripiegamenti non tutti negativi. L’89 pose fine al socialismo reale e per molti fu il segnale definitivo di una libera uscita che avrebbe portato per esempio il maggior partito comunista dell’occidente, quello italiano, a correre a vele spiegate verso l’americanismo e il neoliberismo.

Da tutto questo cominciammo a riemergere nel 1994 quando, sull’onda della rivolta zapatista in Messico, ci ritrovammo a Madrid, molto bastonati e un po’ nuovi, a un incontro internazionale dal titolo Il cerchio dei popoli. Nel ’96 sarei ritornato insieme a mio figlio in Messico presso le comunità zapatiste e ci ritrovammo per la prima volta insieme alle organizzazione che più tardi si sarebbero definite con la sigla LGBT. L’aria che si respirava a Madrid, poi nel Chiapas era fresca e un po’ ingenua:  non c’era più il soggetto rivoluzionario ma c’erano molti soggetti. Si ricominciava davvero daccapo ed era veramente così: ma questa è un’altra storia da raccontare.