IL DITO E LA LUNA

La ribellione del popolo iraniano si aggiunge alle altre mobilitazioni a livello mondiale. Vere e proprie rivolte in qualche caso, agitazioni in altri, è da prima del covid che a latitudini diverse ma in modo costante, si sono riproposte. Solo apparentemente senza sbocco politico, queste rivolte hanno radici profonde, sia locali, sia globali come espressione e conseguenza diretta e indiretta del caos generato dalle politiche occidentali dalla guerra all’Iraq in poi.

Cosa è cambiato con la presidenza Trump? L’atto di pirateria internazionale che ha portato all’arresto di Maduro sembra il più semplice da leggere perché viene dopo reiterate dichiarazioni ufficiali e scritte che indicavano quale fosse la strada che la presidenza Usa intendeva prendere: la dottrina Monroe applicata su scala planetaria. Che sia realistico o meno tale progetto – e personalmente non credo che sarà praticabile – le intenzioni erano quelle e Trump ha dimostrato ampiamente in questo anno di presidenza che per lui contano solo le proprie intenzioni e i propri vissuti deliranti, al di là dei successi che possono ottenere, assai scarsi su tutto. E se il vorticare continuo del dito minaccioso di Trump puntato su un bersaglio diverso ogni giorni fosse allora soltanto un vorticare e niente di più?

Provo allora a cambiare il punto di vista ponendo una serie di domande che sono dei dubbi che ho ma che mi sembrano da discutere. Serve davvero, per esempio, continuare a cimentarsi con analisi di geopolitica a volte pregevoli e a volte meno ma che ripropongono la stessa girandola della propaganda trumpiana, saltando da uno scenario all’altro senza alcuna logica?

E se le ragioni di Trump e di tutti i governi occidentali, compresi quelli europei, fossero invece tutte o prevalentemente interne? Quanto accaduto lo scorso mese di ottobre con le imponenti manifestazioni su Gaza e la flottiglia, oggi in Iran e a Minneapolis il problema lo pone. Va da sé che sono anche molto diverse fra loro tali sollevazioni, ma qualcosa che le accomuna c’è eccome: sono prima di tutto rivolte morali e politiche e non soltanto sociali, determinate dal ripresentarsi di pratiche di genocidio nel nostro tempo, così come di caccia all’uomo da parte di milizie che operano fuori dalla legalità come a Minneapolis; infine l’Iran, dove l’onda lunga dei movimenti innescati dall’assassinio di Masha Amini – Donna,vita, libertà – s’incrocia con una crisi sociale gravissima che il governo non riesce ad affrontare.

L’ordine di grandezza di tali sommovimenti è superiore alla frenesia interventista, dal momento che a livello internazionale Trump troverà – anzi ha già trovato – dei limiti e non ha importanza quali, ma continuerà a trovarli. Purtroppo invece, nella politica interna, criminale quanto l’altra, qualche successo Trump lo ha ottenuto, ma questo pone altri interrogativi.

Gli Usa di Trump hanno più paura della Cina o del loro fronte interno? La ferocia del governo Starmer contro chi solidarizza con Gaza, è solo contro di loro e i palestinesi oppure è dettata dalla paura di uno scontro sociale interno di più vaste proporzioni? Il modo criminale e acefalo con cui la destra italiana cerca di calavalcare il delitto di La Spezia è un segno di forza o di disperazione? Infine: che alleanza sotterranea esiste fra le paure della destra – dei Galli Della Loggia per intenderci – e quella dei sionisti del Pd e dei progressisti nostrani, la cui paura delle manifestazioni dell’ottobre scorso è pari a quella degli altri, anche se non lo possono dire ma lo lasciano intendere? Alcuni segnali indiretti ci sono eccome, per esempio il silenzio che ha circondato Mamdani dopo i compitini di elogio dovuti subito dopo le elezioni: l’ostilità del Pd nei confronti del sindaco di New York è soltanto diversamente ostile da quella della destra. La radicalizzazione dei provvedimenti repressivi, come si evince dalle intenzioni di Piantedosi, è acquiescenza verso Trump oppure è dettata dalle medesime paure che negli Usa hanno del possibile crollo del fronte interno?

Una notizia che trova conferme negli Usa è che il governatore Tim Walz del Minnesota ha schierato la polizia dello stato a protezione della popolazione locale. Il pool di avvocati consulenti della presidenza di Trump ha subito chiesto che si proceda al suo arresto per sedizione. Il giorno dopo ecco un nuovo attacco al presidente della Federal Reserve. Propaganda anche questa? In parte sì, ma su un crinale molto più pericoloso dell’altro, se si pensa al contesto più ampio e a quanto accaduto nel Minnesota da almeno un anno. L’assassinio di Renee Nicole Good è più grave di quello di Floyd perché avvenuto al culmine di una strategia di caccia all’immigrazione e dopo una escalation di violenze delle destra trumpiana. La seconda ragione è che lei è stata colpita per un coagulo di ragioni che mettono in evidenza gli aspetti più pericolosi e criminali dell’amministrazione Trump ma anche delle sue paure. Attivista, donna, lesbica, culturalmente impegnata, capace di rispondere in quel modo alla belva umana maschile che le ha sparato, come testimoniato da molti video che sono circolati anche da noi, Renee Nicole Good ha rappresentato tutte le ossessioni maschili e bianche di un potere che potrebbe persino essere terminale e per questo ricorre a forme di violenza inaudita. Che cosa è l’ICE se non la versione statunitense degli squadroni della morte latino americani? Definire autoritarismo quello che avviene oggi negli Usa come fa quotidianamente Radiopopolare è un modo di non dire cosa sta davvero accadendo. Negli Usa tutto questo lo dicono eccome e invito ancora una volta a seguire i diversi siti Usa che ne parlano. Un po’ di inglese lo mastichiamo tutti e dato che il più delle volte sono notizie che qui non arrivano, forse ne vale la pena. Chi afferma, anche a sinistra, che in fondo negli Usa sparare contro i propri cittadini da parte della polizia è una pratica unanimemente avallata dalle presidenze in carica, pur fra qualche distinguo, non si rende conto del salto di qualità o non lo vuole vedere: è un processo che viene già da lontano, almeno dall’assalto al Campidoglio. Negli Usa siamo già in una dittatura, non bisogna confondere l’apparente libertà con la deportazione di massa nelle città perché è questa a dettare l’agenda politica e non la finzione di libertà. Anche nella Germania nazista si continuò a manifestare fino al 1934 quando Hitler era già al potere da un anno. Ci volle la montatura dell’incendio del Reichstadt attribuito falsamente ai comunisti per dare il colpo decisivo all’opposizione. Quello che sta accadendo nel Minnesota potrebbe avere più di una somiglianza con quegli eventi. Nello stato del Minnesota due senatori democratici, marito e moglie, sono stati uccisi da un estremista di destra nei mesi scorsi. Il crinale verso una situazione di guerra civile a bassa intensità sta già scivolando e il Manifesto nei giorni scorsi, nell’articolo di Luca Celada in ultima pagina, ne ha dato una rappresentazione realistica e documentata e senza giri di parole. Nelle città più a rischio stanno crescendo forme di resistenza e si stanno creando gruppi di autodifesa. Scelte estreme? Ma è possibile farne a meno se continuano le aggressioni e le deportazioni? Renee Nicole Good faceva parte dei gruppi di monitoraggio dei crimini federali ed è stata uccisa anche per quello. Allora le accelerazioni di Trump potrebbero avere uno scopo preciso e raggiungibile: far saltare le elezioni di medio termine previste per quest’anno, invocando uno stato di sedizione interna, oppure internazionale a seconda delle convenienze del momento. Penso allora che nei confronti di chi manifesta negli Usa e in Iran noi dovremmo dare tutta la solidarietà possibile come è stato fatto per Gaza nei mesi, scorsi, riprendendo anche il discorso sulla situazione dei palestinesi, cercando con le organizzazioni che si muovono sul territorio, sia negli Usa sia in Iran rapporti e scambi. I temi sono tutti legati, questa è l’agenda internazionale virtuosa cui dovremmo guardare piuttosto che alla geopolitica: per quella basta frequentare i pochi siti pregevoli per avere informazioni, ma lo scontro sociale e le possibili vie d’uscita politiche cui prima o poi bisognerà pur pensare, si giocano su altro tavolo, a tutte le latitudini.