NAUFRAGIO A VENEZIA

Paolo Monti, Naufragio, 1960

La sconfitta alle elezioni comunali di Venezia da parte della coalizione di centro sinistra avrà delle ragioni locali finché si vuole, ma ne ha alcune generali che valgono su tutto il territorio nazionale.

La prima ragione la definirei l’arroganza del progressismo.

Proviamo a pensare quali notizie e questioni politiche venivano sollevate negli ultimi due mesi quando si parlava di Venezia su giornali o da parte di emittenti radiofoniche nell’alveo del centro sinistra, come Radiopopolare per esempio. Che si sarebbe votato anche lì in questa tornata elettorale? Per niente. Delle elezioni a Venezia non si parlava affatto, tranne che durante l’ultima settimana e per dire che i sondaggi erano buoni. Gli argomenti forti erano le polemiche intorno alla Biennale e al padiglione russo semi aperto e semi chiuso e poi le dimissioni di Beatrice Venezi dalla direzione dell’orchestra della Fenice, che poneva fine a un lungo tormentone. Questa è stata l’agenda politica veneziana: non i problemi sociali locali, dal lavoro alla sanità, non il Mose che fa acqua da tutte le parti, non l’iperturismo e i problemi delle periferie. No, tutto questo al centro sinistra e ai suoi corifei non interessava, nel dibattito prevaleva il fare sfoggio della propria cultura contrapposta alla rozzezza e all’ignoranza della destra, dileggiando ministri che sono quello che sono; oppure con discorsi che mettevano in evidenza le contraddizioni del fronte avversario.

La seconda ragione: l’arroganza con cui le forze politiche si sono intestate l’esito del voto referendario facendone una propria bandiera.

Sono stati avvisati in tutti i modi dai commentatori più attenti e responsabili che un conto è votare in difesa della costituzione, un conto è dare la propria delega a una coalizione il cui unico scopo era cacciare chi c’era prima. Fra l’altro, proprio la questione sondaggi mette in evidenza un fattore che può apparire minore ma che non lo è affatto. Le sinistre e il Pci erano noti in passato per saper leggere gli umori di una società e difficilmente sbagliavano i calcoli sul voto. La sicumera con cui a Venezia sono andati convinti di vincere addirittura al primo turno significa che questi partiti e i loro poveri leaderini la società in cui vivono non la conoscono, prima di tutto perchè non la frequentano, sul territorio non ci sono. Anche per questa ragione il centro sinistra vince nei quartieri del centro ma perde sistematicamente nelle periferie, che in fondo trattano con la stessa arroganza padronale dei grandi poteri economici. Questi partiti non capiscono e non hanno l’umiltà di capire e di voler capire: vivono in una bolla, che non si comprende neppure di che cosa sia fatta visto che sbagliano anche i sondaggi. Oppure vivono in una bolla di consumo del territorio e affarismo: il modello Milano è l’esempio e nel modello Milano ci stanno tutti dentro.

Infine l’ultima ragione della sconfitta: il campo largo stesso.

Che attrattiva poteva avere per i giovani che si sono espressi nel referendum una coalizione nella quale si trovano alcuni che proprio nel referendum erano schierati con il sì? E che se riportata livello nazionale potrebbe addirittura estendersi a Renzi e forse persino a Calenda? Perché mai avrebbero dovuto votare i giovani che hanno riempito le piazze in solidarietà con la flottiglia quando nella coalizione del campo largo ci sono anche Sinistra per Israele e cioè i complici del genocidio che andrebbero semplicemente denunciati alla corte internazionale? Perché mai dovrebbero votare per chi in Europa sostiene von der Leyen?

Non ci sarà nessuna alternativa se queste sono le premesse e anche l’articolo di qualche giorno fa sul Manifesto a firma di Antonio Floridia cade secondo me in un equivoco. Critica tutti gli aspetti che hanno portato alla sconfitta e va bene; ma poi cita l’intervista in cui Nancy Fraser elogia quanto sta facendo Mamdani a New York, lasciando intendere che quella sarebbe la strada. L’equivoco è pensare che una coalizione come quella del campo largo possa minimamente pensare a quell’esempio; di più, penso che l’esperienza di Mamdani sia rifiutata e mal vista da una parte consistente del Pd e forse dalla stessa Schlein. Non ci sono stati evviva da parte di Schlein alla sua vittoria e negli Usa, solo attestati formali di stima. Lei è andata a parlare con Obama, cioè il presidente che ha organizzato le rivoluzioni colorate in mezzo mondo e che ha bombardato Iraq, Siria, Yemen, Pakistan, Libia e Somalia e che è stato il primo a utilizzare massicciamente i droni. Schlein e con lei tutto il Pd sono per un ritorno all’atlantismo e sperano che con i democratici si torni a vivere in quella bolla dopo le elezioni di mid term. Rischiano di sbagliare anche questa previsione, visto che ci sono buone ragioni per ritenere che le elezioni stesse sono a rischio perché negli Usa c’è già un regime dittatoriale. Lo dimostra ampiamente l’isolamento in cui è lasciato Pedro Sanchez in questi giorni. Le montature contro Zapatero non sono altro che la conseguenza del rifiuto di Sanchez di concedere agli Usa le basi spagnole per la guerra all’Iran. La vendetta statunitense che si serve anche della destra criminale venezuelana rifugiatasi in Spagna è palese ma non suscita l’indignazione del Pd e di altri anche se Schlein ha partecipato – ma in modo del tutto formale – all’incontro internazionale indetto da Sanchez, ma il leader spagnolo rimane solo sia nel suo confronto con gli Usa, sia per la sua coraggiosa politica sulle fonti rinnovabili di energia.

Qualcuno che si rende conto del disastro cui va incontro l’Europa c’è, si chiama Mario Draghi ed è stato protagonista di questi giorni di un evento minore e dagli aspetti anche involontariamente comici. Il 14 maggio scorso, mentre tutti gli occhi erano puntati sulla Cina e l’incontro fra Trump e Xijinping, il nostro Mario nazionale era ad Aquisgrana dove ha ricevuto il prestigioso premio Carlo Magno – così recita il cerimoniale – che viene attribuito ogni anno a a personalità europee o istituzioni che hanno dato un contributo all’unità europea. Il premio esiste dagli anni ’50 ma non ha mai goduto di un’enfasi particolare e anche in questo caso colpisce che in fondo poco sia stato detto, la notizia non ha bucato i telegiornali. Eppure nel discorso ufficiale Draghi ha tentato di emettere una sorta di ruggito del topo, affermando che l’Europa non è mai stata così sola e tutta insieme al tempo stesso. Se si pensa a quanto stava accadendo a Pechino, la frase ha un certo peso, ma non ne sortirà nulla, tanto che nessuno ne ha parlato. Anche lui sogna un ritorno all’atlantismo, come Mattarella e il silenzio che ha circondato il suo discorso, anche su giornali che dovrebbero essere amici o quasi la dice lunga.

Chiusa la parentesi europea, torno al prossimo voto.

L’alternativa non potrà nascere da questi partiti, neppure da Sinistra italiana che, pur avendo l’indubbio merito di sostenere anche sul piano giudiziario le iniziative dei centri sociali, della flottiglia e dei sindacati di base, non può imprimere una rotta diversa se rimane in quella coalizione, mentre sarebbero davvero utili se contribuissero a far nascere una nuova soggettività politica, facendo loro stessi un passo indietro. Di Rifondazione comunista con i suoi cento iscritti e almeno due se non tre mozioni congressuali contrapposte, non vale la pena di dire altro.

Ci vorrà molto tempo o forse no, visto che questa situazione in precario equilibrio sul piano internazionale non potrà durare a lungo, ma l’alternativa non può nascere da queste forze politiche. I giovani che hanno bloccato tutto per la Palestina, i portuali che hanno cercato di fare altrettanto e che sono i soli nella classe operaia a tentare la strada di un coordinamento europeo che ha qualcosa di buon internazionalismo almeno nelle intenzioni, i collettivi che stanno nel volontariato che ma che si pongono il problema dell’opposizione politica, i sindacati di base che insistono con gli scioperi generali che vanno spesso molto bene, dovranno pensare loro a dar vita a una diversa soggettività politica che abbia il disarmo e non il pacifismo, al centro del proprio discorso con il lavoro e i diritti: troveranno qualche compagno per strada che lascerà le vecchie appartenenze, ma a sinistra non c’è un pensiero su nulla, le poche voci come quella di Ferrajoli sono ai margini del dibattito politico, ma è anche vero che ci sono molte energie che si esprimono, seppure in modo caotico sul territorio: sono la sola vera speranza.

Giovan Battista Tiepolo, Il naufragio di san Satiro, 1737