OPPENHEIMER E ODISSEA: UN CORTO CIRCUITO

Frammento dell’Odissea

Premessa

La mia lettura parte dalla convinzione che i due film – il primo del 2023, questo del ’26 – sono stati pensati da Nolan come una mini serie divisa in due parti e che entrambe le pellicole hanno per tema la nostra storia e la nostra contemporaneità.

Tuttavia, il richiamo all’Odissea non è un semplice pretesto perché, pur nella distanza che separa una narrazione in forma di leggenda poetica che sta fra storia e mito ed eventi che risalgono a pochi decenni fa e di cui abbiamo documentazioni relativamente certe, le analogie che Nolan mette in scena a mio giudizio reggono e sono persino inevitabili, se è vero come è stato detto e scritto più volte che i poemi omerici sono uno dei fondamenti della nostra storia scritta e della nostra civiltà europea. Fra l’altro, cosa più del cinema rappresenta nella nostra contemporaneità la possibilità di accedere al leggendario che la poesia per tante ragioni non riesce più a rappresentare?

Questo spiega anche alcune scelte di Nolan che hanno fatto storcere il naso alla critica ma che mi sembrano del tutto legittime, pur nella loro parzialità e in qualche caso forzatura. Del resto, anche le letture più filologiche, o supposte tali, hanno pur sempre margini di arbitrarietà, tenuto conto che su Odissea libro è stato detto di tutto, sia dal punto di vista della sua ambientazione, sia sul suo autore, o presunti altri autori e autrici.

Nolan sceglie cosa mantenere della narrazione standard nella sua stratificazione storica – che quindi comprende le diverse interpretazioni che si sono susseguite nei secoli – e che cosa escludere; le esclusioni sono persino più importanti e quindi parto da queste.

Manca Nausicaa, con tutta la mitologia che si tira dietro, manca vistosamente Dante e la sua interpretazione del personaggio di Ulisse. Manca il dialogo con Polifemo, ma perché mai ritornarci? Solo per ribadire uno dei cliché più ovvi intorno all’eroe omerico? Il mondo magico è uno sfondo, Nolan lo richiama in diversi momenti del film come uno degli ingredienti della sua spettacolarità: gli uomini dell’equipaggio trasformati in porci da Circe sono una scena molto forte.

La presenza più vistosa è Calipso, la più moderna delle figure magiche e per questo centrale nel film, poi le sirene di cui do un’interpretazione che penso Nolan conosca. La manovra di Ulisse è duplice in quel caso perché lui si è già distanziato dalle narrazioni magiche, cui non crede, tanto che in più di un’occasione le sfida. Tuttavia, sa che i suoi uomini ne sono preda. Li obbliga allora a tapparsi le orecchie, ma l’espediente di farsi legare al palo è una finzione – Kafka dixit – per ascoltare il silenzio delle sirene, che è poi il titolo del racconto di Kafka stesso; il modo in cui Ulisse urla nel film per farsi vedere dai suoi uomini la dice tutta. Penelope è la presenza più rispondente alle narrazioni che ci sono state tramandate, figura dunque centrale, tanto centrale quanto Ulisse. Tutti gli altri, o sono un residuo negativo o positivo di un mondo che però non c’è più –Menelao e i Proci da una parte, Eumeo, Euriclea, lo spelacchiato e simpaticissimo Argo dall’altra–; oppure il futuro mondo del figlio – Telemaco – re per caso e senza meriti, che ne ricorda un altro di molti secoli dopo, Fortebraccio di Norvegia, che alla conclusione di Amleto si ritrova re di Danimarca.

La spettacolarità cui Nolan non rinuncia è la magia moderna e cioè proprio il cinema, il nostro leggendario contemporaneo, tanto scandagliato da Benjamin, ma senza ricorso all’orrore da parte di Nolan: il solo sangue che vediamo è quello nero dell’animale sacrificato, si sentono le urla ma non si vede nulla di cruento, tranne che l’incendio e il crollo dei palazzi di Troia raccontati in modo molto realistico, tanto realistico che ci riguarda da vicino.

Infine la critica: 15 minuti in meno di pellicola avrebbero giovato.

Oppenheimer

Nel suo caso non mi riferisco al titolo del film di Nolan ma proprio a lui, l’enigma Oppenheimer come è stato descritto più volte e anche in un documentario della Rai del 1963. Nolan, nel film, scioglie abbastanza bene l’enigma e la sintesi è desolante. Nel film i momenti irritanti sono diversi e riguardano sia la sua vita affettiva, il suo rapporto con la moglie Katherine, il distacco emotivo, un culto di se stesso e un amore nei confronti della ricerca scientifica che ha aspetti tossici quanto l’amore e l’amicizia nelle relazioni personali. Il paradosso che Nolan mette bene in evidenza nel film è che Oppenheimer è ancora più imbarazzante quando pensa di essere dalla parte giusta: per esempio quando occhieggia al comunismo. Scelgo allora una sola scena per me emblematica del film e cioè il dialogo con Truman alla Casa Bianca. Per quale ragione vuole parlare con il presidente? Una petizione pacifista? Un appello? E a che cosa? In realtà, la domanda più sconcertante che Oppenheimer rivolge a Truman è se sia davvero lui responsabile della scelta di bombardare Hiroshima e Nagasaki, ma lo fa in modo così obliquo che è persino difficile capire se sta parlando di se stesso o dell’altro. Truman gli risponde in modo tranciante che la scelta è stata la sua, come è ovvio che sia; ma è la risposta di chi non ha tempo da perdere e ha altro a cui pensare, vista la naturalezza con cui prese la decisione di sganciare i due ordigni.

Ulisse

Ulisse personaggio nel film di Nolan Odissea è un uomo che sceglie, sbaglia e cerca di correggersi; in definitiva lo riconosciamo per come ci è stato tramandato, ma è nello scarto che separa il personaggio di Nolan da quello di Dante che emerge per me la differenza più grande, ma lascio questo passaggio alle conclusioni.

Le scelte di Ulisse non sono sempre felici e Nolan lo lascia intendere: cacciarsi nell’antro di Polifemo non era una grande idea, i rimproveri dei suoi uomini, fino addirittura alla soglia dell’ammutinamento sono comprensibili, contengono qualche libera interpretazione, ma il dato che alla fine risalta è che ha sempre ragione nei loro confronti, perché rispetto a Ulisse gli uomini del suo equipaggio non imparano mai dall’esperienza e sono molto più immersi di lui nell’indistinto del mondo magico. In questo senso Nolan ribadisce la modernità di Ulisse, sottolineata sempre, insieme all’astuzia che è tuttavia in fondo un aspetto minore, ma che è stata la causa della sua scelta più sbagliata.

Odissea e Oppenheimer

Torno al titolo dei due film a parti invertite perché, se è pur vero che nel rappresentarli come personaggi Nolan mette in scena alcune somiglianze fra l’eroe omerico e lo scienziato, la sola somiglianza che a mio avviso conta davvero, è quella fra le due situazioni: è da questa che discendono tutte le altre somiglianze, ma anche le libere interpretazioni di Nolan. Nell’Odissea libro, per esempio, vi è un semplice accenno quasi irrilevante all’inganno del cavallo di Troia, mentre nel film esso diventa il filo conduttore ed è solo pensando all’analogia con l’altra situazione che la forzatura diventa giustificabile.

Perché anche al centro del progetto Manhattan c’è un inganno, un insieme di verità e menzogne dette da tutti i fisici protagonisti, fra ricostruzioni romanzate che non hanno nulla da invidiare alle narrazioni antiche. Il dato però che i nazisti non davano in fondo eccessiva importanza al programma nucleare perché lo ritenevano irrealizzabile è credibile che non fosse noto ai servizi di intelligence? La responsabilità morale di procedere nonostante tutto va a mio avviso divisa fra Fermi, il peggiore, Oppenheimer stesso per ambizione di scienziato e Einstein per una parte ancora minore; infine Teller, il più spregevole della compagnia anche se nel dopoguerra, quando non serviva più a niente ma solo a se stesso, cercò di accreditare la versione secondo cui Heisemberg aveva avvertito i suoi colleghi inglesi e statunitensi che i tedeschi all’atomica non ci sarebbero arrivati.

Se all’inizio della storia scritta occidentale c’è un inganno che viola tutte le regole del vivere civile, con il progetto Manhattan siamo al secondo inganno e per questo mi sembra che i due film siano stati concepiti come un unicum diviso in due parti.

Apro qui una breve parentesi sul dibattito in corso sulla macchina – non intelligenza – artificiale. Tutto il can can seguito alla dichiarazione di Dario Amodio successiva alle dimissioni di Jacob Coxon, è uno scomposto litigio fra i figli dei padri dell’atomica, che mentono allo stesso modo dei padri: è un dibattito nel quale sordide questioni di concorrenza fra aziende si mescola a finte battaglie etiche che non saranno loro a condurre. Naturalmente l’allarme per i guasti che stanno già avvenendo con i programmi di macchina artificiale non vanno per nulla sottovalutati, ma sono gli attivisti che si oppongono alla diffusione dei data center i soli portatori di nuova eticità e politica. Infine, non saranno le macchine a por fine all’umanità, questa è la narrazione dei lestofanti high tech, anche di quelli dimissionari. Se mai saranno loro i responsabili, insieme al gigantesco apparato economico militare che succhia denaro per immetterlo nel circuito della cosiddetta sicurezza – cioè per la guerra – come furono uomini quelli che decisero sull’atomica.

Quanta libertà si prende Nolan in Odissea? Nel film, la consapevolezza di Ulisse del male compiuto è un filo continuo dall’inizio alla fine: emerge nelle conversazioni con Calipso, compare come ricordo improvviso ed è questo che conferisce alla pellicola il suo tono particolarmente cupo. Per Nolan tale aspetto è dunque centrale, ma la forzatura rispetto a Odissea libro è poco più che apparente se si ricorda cosa accade nell’VIII libro, quanto Ulisse è al banchetto presso la corte di Alicinoo, che si è già accorto del modo ingegnoso con cui lo straniero sconosciuto aggira le sue domande e allora gli tende un tranello. Fa entrare in scena il cieco Demodoco e lo invita a decantare la storia della guerra di Troia e quando il cantore descrive l’inganno del cavallo Ulisse crolla, non riesce a trattenere l’emozione e piange. Alcinoo sospende la narrazione per rispetto dell’ospite e nel capitolo successivo lo invita a dire esplicitamente chi è. Dunque la scelta di fondo di un Ulisse consapevole del male compiuto non è affatto una forzatura rispetto al testo scritto, mentre non vi è qualcosa di simile nei protagonisti del progetto Manhattan. Il piagnucolio di Oppenheimer nel colloquio con Truman è più che imbarazzante, gli altri lasciamoli perdere. Si salva solo Einstein, in parte, ma per ragioni diverse: era in rotta da tempo con l’interpretazione della meccanica quantistica da parte del gruppo di Copenhagen e si era defilato per quello, non per ragioni etiche. Per quale motivo, però, nel colloquio dei due nel giardino, Einstein decide di rassicurare Oppenheimer che la fissione poteva essere controllata?

Nolan rappresenta in chiave moderna la consapevolezza di Ulisse del male irreversibile compiuto ed è essenziale in questo il ruolo di Calipso, non una maga, ma una donna che si è semplicemente innamorata di lui. L’oblio causato dai fiori di loto è la versione tenuamente magica della rimozione del trauma che emergerà nel momento in cui la ricostruzione consapevole della distruzione di Troia è descritta in immagini forti e tradizionali: le torri che crollano le urla, la fuga disperata della popolazione civile che richiama la nostra contemporaneità in modo potente. Calipso lo lascia partire e gli dà dei consigli utilissimi e allora lentamente Ulisse ricorda. Tralascio la discesa nell’Ade che è quasi letterale con il libro e anche la scena del ritorno e la battaglia con i Proci non presenta particolarità di rilievo.

Il finale

Dante pone Ulisse nel cerchio dei consiglieri fraudolenti per ovvie e scontate ragioni, ma non è per questo che il celebre canto viene ricordato da sempre ma per nati non foste a viver come bruti, ma per seguir vertute e canoscenza. Dante s’identifica con Ulisse e gli mette in bocca parole sue, ma è un’interpretazione che Nolan giustamente ignora. Il suo Ulisse parte perché si sente postumo in un mondo che non lo riguarda più, in debito verso gli antenati e non i suoi eventuali eredi futuri, visto che lui stesso ha contribuito a farlo finire quel mondo. Questo è però solo il primo passo del finale, perché Ulisse non parte da solo ma con Penelope e questa è certamente la scelta più estrema di Nolan, di cui non vi è alcuna traccia possibile nelle narrazioni che ci sono arrivate. Vanno entrambi verso il sole che muore come tante volte avevano detto nelle loro conversazioni intime. La forzatura consiste anche nel fatto che in Odissea libro non si dice nulla sul futuro viaggio alle colonne d’Ercole. È a questo punto che Nolan ha però un colpo d’ala, perché la forza della sequenza delle scene finali, nelle immagini molto più che nelle battute, sta nella loro estrema rapidità. Sulla nave insieme a Penelope, i due si apprestano alla partenza. Penelope piange perché sa dove va, poi la macchina da presa inquadra Telemaco agghindato da re e dallo sguardo sorridente e inconsapevole. Si può leggere nel finale l’evocazione di un patto di civiltà diverso, visto che partono insieme? Nolan, molto opportunamente, chiude rapidamente: le immagini finali sono il regno del figlio, la stilizzazione del cavallo sulla spiaggia di Troia, il sole morente, il buio e la scritta Odissea. Correggo allora la mia critica precedente: forse l’estenuante lunghezza di tutto quello che precede è la premessa necessaria a questo lampo finale, che non è Nolan a dover raccogliere, ma tutti noi.

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