PRIMA E DOPO GENOVA

Manifestazione per il G8 a Genova

Introduzione

Troppi commenti in occasione dei 25 anni dal G8 di Genova hanno insistito soltanto sulle prove di terorrismo di stato avvenute alla scuola Diaz e a Bolzaneto, ma senza dire molto di più sul contesto che portò a quegli esiti, le cui premesse c’erano tutte ma furono ignorate. A questo proposito invito alla lettura di uno degli interventi a mio avviso più lucidi nel ricostruire l’accaduto. Mi riferisco al saggio di Emilio Quadrelli scritto per Infoout nel 2024 poco prima della sua morte e ripreso oggi sul portale Sinistra in rete e intitolato Genova 2001. Una storia del presente.

Il titolo mi sembra quanto mai appropriato e lo prendo alla lettera. Una storia di oggi, del nostro presente qui e ora, quando tutti gli attori di allora stanno ancora tutti al loro posto: sia il potere imperiale, ma anche la straordinaria tenuta dei movimenti sociali, nonostante la scomparsa della sinistra storica europea, nonostante una repressione in continuo aumento e sempre più feroce, la pandemia, i lockdown, le guerre e il genocidio come soluzione finale per i palestinesi e monito per tutti. A chi pensa che il mio atteggiamento sia troppo ottimistico nei confronti dei movimenti, ribadisco invece che la loro presenza è un miracolo. Le riflessioni critiche su di essi, necessarie come è sempre necessaria anche la critica, le lascio alle conclusioni, mentre nella prima parte di questo studio metto al primo posto la semplice cronologia, come strumento per riattivare la memoria di quelli della mia generazione e suscitare la voglia di andare a controllare e ad approfondire per i più giovani.

Il prologo

Erano passati soltanto due anni dall’entusiasmo con cui la caduta del muro di Berlino era stata accolta dalle élite imperiali; addirittura come la fine della storia e l’inizio di un’era splendente. Il risveglio, brusco per le opinioni pubbliche disorientate, fu la prima guerra del Golfo, i cui prodromi risalgono all’agosto del 1990 ma che scoppiò nel nuovo anno – 1991 – fra gennaio e febbraio. Il movimento che vi si oppose fu particolarmente imponente, ma solo in Italia e poco più; inoltre fu il risultato di uno sgomento piuttosto che l’opposzione consapevole alla nuova fase politica che quella guerra inaugurava. Il credito che anche a sinistra era stato dato all’idea di un mondo pacificato con la fine della guerra fredda era un’illusione che si ritorceva contro chi lo aveva creduto e segnò l’inizio della fine della sinistra storica.

Il dato politico che si annunciava nella prima guerra del Golfo era che l’impero capitalista senza più nemici, non faceva altro che tornare alla guerra continua – e l’elenco dei bombardamenti anglo statunitensi dal 1991 in poi lo dimostra – 1 e allo smantellamento del welfare per reagire alla caduta tendenziale del saggio di profitto e allo stallo cui era stato costretto per la presenza dell’Unione Sovietica. Di quel movimento di opposizione alla prima guerra dell’era post guerra fredda, gestito dalle forze politche e sindacali tradizionali della sinistra, non rimase nulla e da quel momento in poi si aprì un periodo particolarmente oscuro per la politica italiana.

La finanziaria di 93.000 miliardi di lire del primo governo Amato (1992), poi gli attentati di mafia, che solo di mafia non sono, del 1993-4. Su questa storia tutta italiana molto è stato scritto, ma bisognerà ritornarci, perché il regime reazionario a cui siamo arrivati con il governo Meloni, nasce in quegli anni.

I movimenti

La prima fase vera del prologo di una nuova stagione dal punto di vista dei movimenti, si svolse nel 1994, quando si tenne a Madrid l’incontro Internazionale Il cerchio dei popoli, cui partecipai. Il convegno, indetto per raccogliere la sfida del movimento zapatista messicano, fu un successo di presenza e ricchezza di dibattito, nonostante alcune ingenuità tipiche di chi comincia daccapo, dal momento che non aveva più alcuna sponda seria nei partiti di sinistra. Due anni dopo si tenne l’Incontro intercontinentale per l’umanità e contro il neoliberismo in Chiapas, reiterato l’anno successivo in Spagna. Questi tre incontri, cui partecipai sempre, furono a tutti gli effetti un prologo da cui presero forma altre iniziative come il forum di Porto Alegre, che si tenne a gennaio del 2001 e fu organizzato dal comitato promotore brasiliano di cui facevano parte il movimento Sem terra, la conferenza episcopale brasiliana, molto legata alla teologia della liberazione, la municipalità di Porto Alegre, lo stato di Rio grande do sul e 70 organizzazioni internazionali. Il forum fu a tutti gli effetti un anello di congiunzione fra gli incontri precedenti e quelli futuri che segneranno una svolta drammatica.

La seconda fase, e non siamo più nel prologo, furono le manifestazioni e gli scontri del 1999 a Seattle negli Usa. Fu la prima sollevazione di massa contro il nuovo ordine economico-finanziario gestito dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, due delle istituzioni create a Bretton Woods, sopravvissute al crollo degli accordi e rivitalizzate per imporre il debito perenne ai paesi del sud del mondo. Il popolo di Seattle era un movimento nuovo, prima di tutto perché nasceva negli Usa e indicava l’esistenza di una frattura sociale nel cuore dell’impero, come era stato negli anni ’60 e ’70 per i movimenti dei neri statunitensi.

Due anni dopo avvennero i due eventi che avrebbero segnato una drammatica radicalizzazione: Luglio 2001 il G8 di Genova, 11 settembre 2001 l’attentato alle torri gemelle. Su entrambi è stato scritto molto, ma è come se la loro vicinanza non fosse mai stata avvertita come una coincidenza non del tutto casuale.

Il G8 di Genova va visto nel suo duplice aspetto. Dal punto di vista dei movimenti, fu la sintesi delle sollevazioni precedenti e la loro trasformazione in un progetto internazionale di largo respiro politico e fondato sulla convergenza fra movimenti e associazioni di ispirazione diversa ma che avevano trovato un accordo su un’agenda di problemi che era maturata negli anni e aveva avuto un grande momento di confronto a Porto Alegre. I seminari tematici si svolsero dal 16 al 19 luglio e riguardavano il debito dei paesi del sud del mondo, le condizioni di lavoro, la difesa dell’ambiente. Il 19 luglio si tenne la prima manifestazione che aveva al centro il diritto dei migranti, mentre il 21 si tenne la manifestazione più imponente di 300.000 persone che fu aggredita dalle cariche che divisero il corteo: in piazza Alimonda l’assassinio di Carlo Giuliani. Il cambiamento della strategia repressiva non fu colto dal movimento e questo va sicuramente ascritto ai suoi limiti; ma non fu colto neppure dalla sua direzione politica ufficiale e questo è assai più grave, perché di essa facevano parte attivisti di maggiore esperienza politica. Lo si vide solo dopo e a cose fatte il cambiamento avvenuto ed è certamente meritorio che dal quel momento in poi nessuno, da Agnoletto ad altri, si risparmiò nel chiedere giustizia e nel tenere acceso il dibattito sull’accaduto, ma questo non toglie che, come afferma Quadrelli nel saggio che ho ricordato prima:

Perché, a conti fatti, come autentici dilettanti allo sbaraglio gli organizzatori ufficiali del Contro Vertice, ovvero tutte quelle organizzazioni confluite nel Genoa Social Forum, hanno obiettivamente mandato al macello centinaia di migliaia di persone? Di quale malinteso, a conti fatti, la tragicità delle giornate genovesi è stato l’effetto? 

Credo che la sottovalutazione del cambio di strategia, fosse legata alla convinzione che la Costituzione Italiana avrebbe fatto in qualche modo da argine, che la sindacalizzazione delle forze di polizia potesse essere uno scudo, come lo era stato in situazioni precedenti. Non fu così anche perché le stragi di mafia e non solo, che ho ricordato in precedenza, lo sdoganamento dei vecchi fascisti da parte dei governo di Berlusconi, avevano inflitto un vulnus alla costituzione materiale e formale. L’Italia antifascista, a livello istituzionale non esisteva più; esisteva come sensibilità popolare forte e diffusa, ma abbandonata sempre di più a se stessa da parte delle forze politiche di sinistra. In secondo luogo, il dato ulteriore che forse non fu compreso, era che i governi italiani in quanto tali erano più che mai imprigionati nel paradigma della sovranità limitata, ancor più accentuata rispetto a prima. Credo allora che sia necessaria una parentesi cronologica, dentro quella più ampia, parentesi che riguarda soltanto il G8 di Genova e la sua gestione dal punto di vista del potere imperiale.

A Napoli

Le prove generali di quanto sarebbe successo a Genova furono fatte a Napoli, dove si tenne il Global forum dal 15 al 17 marzo del 2001. Il governo in carica era il secondo di Giuliano Amato. A Napoli arrivarono attivisti da tutta Europa e delegazioni dagli altri continenti per discutere di economia e diritti e preparare l’agenda del contro vertice che si sarebbe tenuto a Genova. Le manifestazioni furono imponenti e in larga misura pacifiche, ma il 17 marzo quando il corteo si avvicinò alla zona rossa, istituita per la prima volta, le cariche della polizia e dei carabinieri, – congiunte e anche questo è un dato significativo – furono di una violenza che contraddiceva i comportamenti degli anni precedenti in casi analoghi. A Napoli vi fu la prima rottura vistosa della costituzione formale e a farlo fu un governo di centro sinistra. Il dato politico però non riguarda solo l’Italia, perché fu una decisione presa altrove. Se la prima guerra del golfo era stata uno shock per i movimenti e l’opinione pubblica, la presenza di un movimento mondiale che contestava il modello di sviluppo quando le élite occidentali accarezzavano l’idea che la storia fosse finita, fu un brusco risveglio che mise paura ai governi imperiali. Siamo sicuri che le pressioni internazionali non ebbero alcuna parte nella decisione di accantonare i principi costituzionali? La domanda è più che lecita se si tiene conto che il governo Amato preparò con meticolosità certosina tutti i piani di polizia per il G8 di Genova che si sarebbe tenuto a luglio, istituendo di nuovo e per la seconda volta le famose zone rosse. Quando ad Amato subentrò a giugno il governo Berlusconi, quest’ultimo non fece altro che attuare un disegno che esisteva già. Quando i democratici di sinistra, che avevano come sempre tergiversato su tutto, decisero di non partecipare alla manifestazione del 26 luglio, il segnale era chiaro, ma la direzione del movimento non se ne accorse: voleva dire che le forze che avrebbero dovuto difendere la costituzione abdicavano e lasciavano via libera alla macelleria messicana, come fu definita. Il binomio Veltroni-Fassino che gestiva i democratici di sinistra in quel frangente drammatico dice tutto, sia per la pochezza politica e morale di entrambi, sia per quello che Fassino sarebbe diventato in seguito: un esponente di Sinistra per Israele cioè i complici del genocidio del popolo palestinese a Gaza. Dice tutto anche la presenza di Amato in quel contesto: l’uomo che aveva avviato lo smantellamento dello stato sociale con la manovra di 93.000 miliardi di lire nel 1992 portava ora a termine la bisogna per il grande capitale. Genova è stata a tutti gli effetti una gestione comune della feroce repressione, nella sala di comando non c’era soltanto Fini ma anche coloro che avevano preparato in precedenza il piano, compresi funzionari di polizia del massimo livello come Gianni De Gennaro, sostenuto dai democratici di sinistra difeso in parlamento da uno degli uomini peggiori del centro sinistra di quegli anni: Luciano Violante. Politicamente, quanto accadde a Genova fu un accordo di tutto lo schieramento politico italiano che veniva anche da un antecedente: i due governi D’Alema che segnarono, con il bombardamento della Serbia – Mattarella era il vice presidente del consiglio di quel governo – il passaggio definitivo degli eredi nel PCI nel campo dell’atlantismo più sfrenato. Più in grande e ben oltre i confini italiani, Genova fu la prova generale di un cambio nelle strategie repressive imperiali – cui l’Italia si adeguò anche a costo della propria costituzione formale e sostanziale – per fronteggiare una nuova forma nascente di internazionalismo. La non partecipazione al G8 di Genova del partito che sarebbe diventato di lì a poco il PD, tranne le solite minoranze ininfluenti che vengono reinventate ogni volta che serve, segna la fuoriuscita definitiva degli eredi della via italiana al socialismo dall’ambito di una sinistra per quanto moderata; soltanto la CGIL tenne il punto in qualche modo. Il silenzio attuale del PD sulle commemorazioni di questi giorni avvenute a Genova, i loro balbettamenti di fronte all’uccisione di Abderrahim Fakir a Bologna, l’ostracismo reiterato, nella sua stupidità, verso le manifestazioni No Tav per un progetto che mai si farà come non si farà il ponte sullo stretto, la mancanza di ogni seria opposizione all’escalation di violenza politica e mediatica da parte delle forze di destra dal caso Roggero in poi, rivela una scontata subalternità alla deriva reazionaria in atto, che ha nell’adesione al riarmo europeo il suo marchio indelebile: è una subalternità che viene da Genova e da Napoli.2

La forza del movimento no global

Se era necessario ricordare questi antecedenti che si riverberano anche negli atteggiamenti odierni, va aggiunto subito che Genova non fu solo una cesura drammatica, che trasformava lo stato di diritto italiano in uno stato d’eccezione permanente; nonostante il trauma e gli errori sia dei movimenti, sia della direzione degli stessi, la repressione di Genova non segnò la fine dell’insubordinazione sociale, bensì la sua trasformazione. Lo si vide subito l’anno successivo nel social forum a Firenze, anche se l’ampiezza del movimento non era la stessa. Nacquero però associazioni e aggregazioni locali che rilanciavano su tutto il territorio nazionale le tematiche del global forum. Fu in certo senso la stessa scelta che il movimento di Seattle fece dopo gli scontri del 1999. Il riflusso fu anche un primo ripensamento. La questione palestinese, per esempio, fu un obiettivo costante che unificava sensibilità diverse, ma che il movimento non era morto lo si vide nel 2003 con la seconda guerra del Golfo e l’invasione dell’Iraq e la successiva cattura di Saddam Hussein, basata sulle false prove di inesistenti armi di distruzioni di massa. Le manifestazioni contro l’invasione irachena furono enormi e mondiali, coinvolsero 60 paesi e portarono a una differenziazione politica fra gli stati europei che si divisero sul tema, mettendo in crisi l’atlantismo. Sebbene non abbiano inciso, nel breve periodo, sulle scelte di Gran Bretagna e Usa, accentuarono la crisi politica di entrambe, specialmente per quanto riguarda l’Inghilterra che finì in un vortice di crisi politiche. Finiva il blairismo, si gettavano le premesse per la Brexit e per le successive convulsioni.

Quanto al movimento rimaneva in piedi e si ramificava: tornava il tema del contrasto alle politiche di guerra e per quanto riguarda Genova, la determinazione con cui si è cercato di lavorare sulla memoria di quei giorni ha permesso di continuare a chiedere giustizia. Una parte essenziale di questa conservazione della memoria fu data dal grande sforzo di documentazione attraverso veri e propri film e altro. Sarà uno degli argomenti delle conclusioni. Intanto si avvicinava un altro anno chiave.

Il 2008

La bolla finanziaria dei mutui sub prime nel settore dell’edilizia negli Usa e poi la bancarotta di Lehman Brothers furono due eventi che ponevano fine all’idea distorta di una élite capitalistica onnipotente. La risposta avvenne assai presto da parte del movimento Usa: nel 2011 nasce Occupy Wall Street che ebbe fra i suoi leader David Graeber. Il movimento raccoglieva le istanze del popolo di Seattle, ma era anche una risposta alla crisi finanziaria e anche molto di più, perché le menzogne raccontate dalle istituzioni finanziarie per nascondere lo stato delle cose furono uno shock per molti da un lato, ma generarono anche paura e incertezza nella popolazione statunitense. I sessanta giorni di occupazione furono un momento di rilancio delle iniziative e dell’agenda che riprendeva in larga misura gli obiettivi dei movimenti precedenti, ma che aveva una connotazione molto statunitense, mentre i movimenti europei cominciavano ad affrontare il problema della migrazione, della solidarietà e i salvataggi in mare. Gli scontri di Oakland, negli Usa, furono altrettanto importanti ed erano il segno di un’estensione del movimento che coinvolgeva per la prima volta dopo molto tempo la classe operaia bianca. L’attenzione sempre più marcata sui cambiamenti climatici l’emergere di una figura importante come Greta Thunberg hanno in parte trasformato le vecchie agende di Seattle, di Genova di Occupy Wall Street e hanno però portato anche a una parziale divaricazione fra movimenti europei e movimenti americani nel sud come nel nord. Situazione come quelle che si determinavano in Bolivia con Evo Morales, in Venezuela con la presidenza di Hugo Chavez in Ecuador e in Brasile, erano piuttosto la lunga coda della rinascita indigenista che il movimento zapatista messicano aveva posto all’ordine del giorno. Era una nuova forma di decolonizzazione che coinvolgeva per la prima volta i popoli indigeni. Un punto di convergenza e di ponte con i movimenti europei fu costituito dal movimento brasiliano dei Sem terra.

Tutto questo fermento approdò in punta di piedi nel 2019 a Berlino: un convegno su Marx e Spinoza, organizzato dal Marc Bloch Institute, al quale partecipai. Dico in punta di piedi perché era apparentemente un seminario solo culturale e molto colto: i tre giorni di dibattito furono invece un sorprendente incontro profondamente politico e addirittura entusiasmante. Questo esito fu reso possibile dalla presenza massiccia di collettivi e organizzazioni provenienti dagli Usa e dal Canada, molti dei quali femministi di orientamento marxiano. La ricchezza delle loro esperienze, la testimonianza delle loro lotte, la qualità della loro iniziativa politica fu una sorpresa per tutti noi europei. I vecchi sembravamo noi, con i nostri dibattiti un po’ ingessati sul sindacato europeo, la scuola di Francoforte e la nostra sinistra. In realtà non era del tutto vero neppure questo, dal momento che dall’apparente dispersione dei movimenti dopo il G8 di Genova erano nate anche qui organizzazioni e collettivi che riprendevano quegli spunti altro modo: Mediterranea di Casarini era nata nel 2018 per affrontare in modo solidaristico e politico la questione dell’immigrazione e non era l’unica associazione e lo stesso si può dire per le medesime iniziative in Germania e in Spagna. Tuttavia, quello che colpiva nelle testimonianze statunitensi e canadesi era l’idea di territorialità e il loro radicamento nei territori. La politica estera dell’impero non era nel loro radar allora, ma l’azione politica sulle tematiche di genere e razziali, il lavoro, la difesa della sanità pubblica sì. Era l’onda lunga del popolo di Seattle e poi di Occupy Wall Street che riprendeva in altro modo. Non si parlava ancora della componente socialista attiva nel partito democratico Usa, ma la radicalità di certe lotte quello indicava. Alle fine dei tre giorni furono fatte delle proposte molto concrete, fra cui quella di rivedersi nel giro di un anno o due per mettere a punto una strategia comune che coinvolgesse tutte le associazioni e i collettivi che erano attivi sia nel continente americano sia in Europa: era il social forum di vent’anni prima che ricominciava. Il Covid impedì la seconda tappa, ma quello che si è visto dopo, dal Black lives matter alla resistenza territoriale di Minneapolis significava e significa che l’onda lunga dei quei movimenti ha permesso che a New York ci fosse un sindaco socialista e che la crisi dell’establishment del partito democratico statunitense si sia ulteriormente aggravata. Anche in Europa però è cambiato qualcosa. Le manifestazioni dell’ottobre 2022 e la denuncia del genocidio del popolo palestinese sono anch’esse l’onda lunga di un movimento che è cresciuto da anni intorno alle questioni del salvataggio in mare dei migranti, mentre in Francia la sequenza che dai gilets jaune alla lotta sulle pensioni ha messo in crisi il macronismo, pur non avendo ottenuto grandi risultati sul piano sociale. La ripresa dei movimenti, bruscamente interrotte nel 2020, a causa del Covid è ripresa e si è estesa. Dalla Serbia al Bangla Desh oggi l’India, Ecuador. La tenuta del Brasile pur fra mille contraddizioni e nonostante Milei in Argentina e la sconfitta in Colombia del candidato indicato da Gustavo Petro; infine la resistenza di Cuba, aggredita da Trump e dal capo della cricca reazionaria degli esuli cubani a Miami: Marco Rubio.

Riflessioni finali in progress

La cronologia, quanto mai necessaria a mio avviso, non può però sostituire la critica altrettanto necessaria. Non riprendo quella sulla direzione politica dei portavoce del G8 di Genova. Una volta detta bisogna andare oltre anche perché la determinazione nel tempo a coltivare la memoria è stata preziosa. Le responsabilità maggiori sono altre e per quanto riguarda una forza politica come Rifondazione comunista (sui democratici di sinistra non c’è più nulla da dire), l’errore madornale fu quello di chiudersi nel loro comitato centrale invece di stare nel movimento dove con umiltà, dove avrebbero potuto portare comunque un bagaglio di esperienze: era un atteggiamento che veniva da lontano, dall’ostilità nei confronti del 1968 e anche dal ’77 che unificava tutte le correnti del vecchio PCI. Peccato, perché un ruolo Rifondazione avrebbe potuto ancora svolgerlo ma non lo fece ma non lo fece. La sua storia successiva, fatta di pochi iscritti e troppe mozioni congressuali, dice tutto.

Il solo leader politico che ha rilasciato un’importante intervista su quanto accaduto a Genova è stato di recente Pablo Iglesias per Radiopopolare. Egli era presente al forum con le Tute bianche. L’intervista si presta molto bene a introdurre un discorso critico sui movimenti. Iglesias, nelle sue continue trasformazioni e ruoli, ha incarnato molto bene la porosità del movimento, le sue facce cangianti. Che tuttavia, proprio nel loro essere tali, aderiscono inconsapevolmente anche ad alcune delle caratteristiche del capitalismo cognitivo e digitale. Iglesias a dire il vero se ne rende conto a distanza quando afferma che una delle debolezze del movimento era quello di credere troppo nelle nuove forme di comunicazione. Il che è abbastanza paradossale se si pensa che in tutte le occasioni che ho ricordato, a partire dal prologo, e cioè con gli incontri di Madrid e in Chiapas e quelli successivi a Porto Alegre e Napoli, era la presenza fisica a dominare: erano incontri di corpi reali e non virtuali, in situazioni spesso anche abbastanza scomode. Fino a Genova stessa e dunque questo dovrebbe valere anche per lui. Non bisogna dimenticare la ricchezza dei seminari che pur si svolsero in città, nonostante la repressione. E anche oltre Genova sia nel caso di Occupy Wall street sia nel convegno del 2019 a Berlino era la presenza fisica e il dibattito protagonista di quelle giornate. Tuttavia, Iglesias ha ragione a porre quel problema, ma non si rende conto di essere parte del problema. D’accordo, era giovane, ma possibile che neppure la storia appena precedente il suo impegno non gli fosse nota? Il cerchio dei popoli si tenne a Madrid, non sulla luna. Emerge da quello che lui stesso dice una delle caratteristiche negative del movimento: il ricominciare daccapo, perché se all’inizio era quasi ovvio, continuare a farlo diventa un limite. Aldilà di quello che lui stesso afferma, la questione è più profonda. Proprio la porosità dei movimenti non favorisce la sedimentazione organizzata delle esperienze precedenti. Quanto al problema della comunicazione esiste certamente ma è nato dopo Genova, perché è da quel momento che il web sostituirà gradualmente le iniziative in presenza, ma se si va a guardare nelle situazioni locali si scoprirà che quello che è avvenuto è se mai una polverizzazione delle iniziative in cui ciascuna sensibilità ha seguito solo la propria senza tenere conto delle altre, inseguendo la propria identità: proprio il culto dell’identità è il secondo limite del movimento.

Quanto alla comunicazione, invece, le premesse di un atteggiamento ingenuo si vedranno meglio con Occupy Wall street: il famoso slogan siamo il 99% fu davvero solo inventato dal movimento oppure fu una formula che si diffuse grazie ai mass media tradizionali? Entrambe le cose. Non vi è dubbio sull’autenticità dello slogan , che metteva in evidenza le differenze macroscopiche fra l’1% di super ricchi e l’indigenza dei più richiamando quindi un concetto di classe ma rapportandolo alle differenze strutturali fra capitalismo fordista e capitalismo cognitivo: questa consapevolezza però fu assai parziale, perché il famoso 99% era formato da individui che esprimevano una opinione ma che erano anche altrettanto differenziati al loro interno da un punti di vista, di classe, di genere, di esprienza politica; le moltitudini non sono masse che producono progetti e soggettività, ma un’opinione.

Quello che accadde dopo è che lo slogan, prima veicolato grazie a blog e a reti rudimentali gestite dal movimento stesso, ebbe una eco mondiale dovuta al successivo rilancio da parte del mass media tradizionale, che lo rese innocuo e argomento di talk show: diventava un’icona come la maglietta con l’effigie di Che Guevara firmata. Fu un’operazione in larga parte spontanea, quasi un effetto di trascinamento ma che diede al movimento l’illusione di essere padroni della comunicazione.

A Genova invece avvenne tutt’altro. Se possiamo sapere così tanto su quanto accadde è perché la documentazione filmica dei diversi eventi e degli scontri, Diaz compresa, fu accurata ed estesa, grazie alle testimonianze di chi c’era ma specialmente grazie al lavoro d’équipe. La segreteria legale del Genoa Legal Forum e gli attivisti raccolsero circa 500 ore di filmati in formato MiniDV, 15.000 fotografie e 18.000 registrazioni audio tra comunicazioni radio di polizia, carabinieri e 118. Il gruppo di cineasti coordinato da Citto Maselli produsse un film dal titolo Un altro mondo è possibile. Nel lavoro furono coinvolti: Mario Monicelli, Gillo Pontecorvo, Ettore Scola, Gabriele Salvatores, Francesca Comencini, Guido Chiesa, Wilma Labate, Mario Martone, Pasquale Scimeca, Daniele Segre, Paolo Pietrangeli e Giuliana Gamba. [1, 2] Importante fu anche il contributo di Mauro Berardi e Luna Rossa Cinematografica.

La cultura italiana, anche senza la politica, c’era ancora a fare da argine alla deriva anticostituzionale e fu una delle ultime volte.

A Genova invece avvenne tutt’altro.

1 Presidenza Bush junior.

La campagna aerea della guerra del Golfo (anche detta operazione Desert Storm) fu iniziata il 17 gennaio del 1991 e ufficialmente terminata il 23 febbraio 1991.

Presidenza Clinton.

Nel 1993, le forze armate degli Stati Uniti furono protagoniste di importanti azioni belliche e raid aerei in Somalia, nel contesto della missione ONU (UNOSOM II) per colpire le milizie del generale Mohamed Farrah Aidid. L’episodio più noto avvenne tra il 3 e il 4 ottobre 1993 con la Battaglia di Mogadiscio, preceduta e seguita da duri scontri e bombardamenti

Nel 1994 gli Stati Uniti, operando sia unilateralmente sia all’interno delle forze di coalizione della NATO, furono coinvolti in azioni di combattimento aereo e raid mirati nei Balcani e in Iraq.

1999 bombardamenti contro la Serbia di una coalizione di forze alleate fr cui l’Italia con il governo D’Alema..

2001 presidenza Bush junior .

Inizio della guerra in Afghanistan, con l’operazione Enduring Freedom e una campagna di intensi bombardamenti aerei. che continua nel 2003, cui si aggiunge l’invasione dell’Iraq. Tutte le guerre continuano negli anni successivi

Nel 2009, con l’insediamento del presidente Barack Obama, gli Stati Uniti hanno continuato le guerre in Afghanistan e Iraq e intensificato l’uso dei droni armati per raid mirati in Pakistan, Somalia e Yemen nell’ambito della lotta al terrorismo. Nel 2010 gli attacchi vengono estesi alle zone tribali del Pakistan. Nel 2011 oltre alla continuazione delle guerre in corso, interventi in Libia e in Yemen. Dopo due anni di relativa calma riprendono i bombardamenti sull’Iraq e sulla Siria contro l’Isis.

Nel 2014 inizia la guerra ucraina con l’attacco delle milizie ucraine ai sindacati, durante la presidenza di Obama.

Nel 2016, ultimo anno della presidenza di Barack Obama, le forze armate degli Stati Uniti hanno sganciato circa 26.171 bombe in sette Paesi. La stragrande maggioranza di questi attacchi si è concentrata in Medio Oriente e in Nord Africa contro lo Stato Islamico e gruppi qaedisti.

2017

Sotto la prima presidenza di Donald Trump, forte aumento dei raid aerei in Medio Oriente e Africa e un allentamento delle regole di ingaggio militari. [1, 2, 3]

Nel 2019, le forze armate degli Stati Uniti hanno stabilito il record di sempre per il lancio di ordigni sull’Afghanistam sganciando 7.423 bombe e missili, in un solo anno, la cifra più alta dal 2006.

Nel 2020, un attacco con drone ordinato dagli Stati Uniti a Baghdad (Iraq) ha ucciso il generale iraniano Qasem Soleimani e il capo miliziano Abu Mahdi al-Muhandis.

Ritorsione missilistica: L’8 gennaio 2020 l’Iran ha risposto lanciando missili balistici contro le basi aeree di Ayn al-Asad e Erbil in Iraq, che ospitavano forze statunitensi, senza provocare vittime americane.

Nel 2022 inizia l’invasione russa dei territori filo russi in ucraina. Sempre nel 2022 un commando ucraino con le complicità occidentali fa saltare il gasdotto north stream 2. La procura generale tedesca continua nelle indagini per colpire esecutori e mandanti.

2025 Guerra contro l’Iran

2026 continua la guerra Usa Israele Iran

2 A questa analisi manca, per scelta, qualsiasi giudizio sui due governi Prodi, sia perché furono del tutto ininfluenti rispetto alle tematiche oggetto di questo scritto, sia perché su di essi occorre un’analisi più seria ma che esula dagli obiettivi di questo scritto. In ogni caso, si tratta di governi che hanno accentuato gli aspetti più deteriori della deriva attuale, senza fare nulla per invertire la tendenza e questo chiama in causa anche il ruolo nefasto di Rifondazione comunista, in particolare nel primo dei due governi.