FRANZ FANON

Introduzione.

Anni fa, la Società di Psicoanalisi Critica decise di tenere un seminario su Franz Fanon, sia rivolto alla sua opera di psichiatra, sia al suo ruolo di intellettuale attivo nella lotta anticoloniale. A me fu chiesto un contributo su questo secondo aspetto. Ripropongo la riflessione con qualche modifica visto che nel caso specifico si trattava di un intervento orale, sia perché ritengo che l’opera di Fanon sia oggi ancora più attuale. 

Una generazione nuova

L’intellettuale antillano fa parte di un nutrito gruppo di militanti e leader politici provenienti in molti casi, da quello che negli anni ’60 si definiva da noi Terzo Mondo: Gunter Frank, Samir Amin, Franz Fanon, il Che, Ho Chi Minh, Angela Davis, Malcolm X, Leopold Sedar Senghor, Steve Biko, Stokely Carmichael, Bobby Seale e Nelson Mandela. Essi furono prima di tutto i protagonisti delle lotte di liberazione e decolonizzazione in tutti i continenti, nonché delle battaglie civili dei neri statunitensi. Quello che forse non si aspettavano neppure loro fu la consonanza che la loro opera trovò nelle lotte, negli ideali e nelle aspettative della gioventù che, più o meno negli stessi anni, metteva in discussione l’assetto capitalistico e autoritario delle società occidentali.

Fu la prima generazione di intellettuali globali, di tutti i colori e appartenenze geografiche perlopiù non europee (anche se alcuni di loro avevano studiato in Europa), che ha avuto un ruolo e un’influenza a livello mondiale. In precedenza, non erano mancati leader di prestigio di altri continenti (Gandhi e Mao, per esempio o Du Bois nei primi decenni del ventesimo secolo) che esercitavano un fascino anche a Occidente, oppure come nel caso di Du Bois una grande influenza negli Usa nei confronti della popolazione nera; ma non era mai accaduta una globalizzazione così vasta e positiva, che trovasse un ascolto e interlocutori che ne colsero subito l’importanza e non solo una fascinazione superficiale.

L’opera più conosciuta di Fanon, I dannati della terra, fu concepita come un manifesto per la lotta anti coloniale e venne pubblicata nel 1961 da François Maspero, con la prefazione di Jean Paul Sartre. Nel libro Fanon analizza il ruolo di classe, razza e violenza nell’ambito delle lotte di liberazione nazionale dei popoli africani e non solo, auspica l’avvento di un nuovo modello mondiale, totalmente svincolato dai modelli politico-sociali precedenti, realizzabile tramite una rivoluzione globale (c’è un richiamo evidente con il trotzkismo) che innanzitutto formi una classe sociale svincolata dall’influenza e dai “benefici” degli imperialisti. Quali sono i cardini portanti del suo pensiero? Oltre che al suo libro più noto farò riferimento anche a una raccolta di saggi ripubblicata alcuni anni fa da Ombre corte e che raccoglie i suoi scritti sulla psichiatria coloniale.

Prima questione. Ne I dannati della terra Fanon ha un approccio alle lotte di liberazione che tiene insieme questioni di classe e razza. Si affaccia per la prima volta nel pensiero di un rivoluzionario radicale, l’idea di una visione non soltanto classista del problema dell’oppressione e dello sfruttamento imperialista. Inoltre, Fanon riteneva che il movimento operaio dei paesi occidentali avesse perso la sua forza radicale di trasformazione e fosse sostanzialmente integrato nel sistema coloniale. Questa fu una delle ragioni per cui il suo pensiero fu osteggiato, oppure accolto in modo paternalistico, da tutta la sinistra istituzionale e segnò un primo momento di rottura che avrebbe avuto delle conseguenze molto profonde, anche perché trovò ascolto in significative minoranze che avrebbero esercitato una grande influenza sulla nascita dei movimenti di contestazione nel cuore delle metropoli occidentali. Il testo, infatti, ebbe adesioni entusiaste da parte di Sartre e Simone de Beauvoir, in Italia da Giovanni Pirelli e sempre a Parigi da parte del gruppo di intellettuali che diedero vita alla rivista Partisans.  

Seconda questione: la lingua. Per Fanon essa non è un riflesso sovra strutturale e genericamente culturale, ma una struttura che fonda l’identità e dunque assume un ruolo importante nella formazione della coscienza e della consapevolezza individuali: esprimersi in una lingua (il francese nel suo caso) non significa  semplicemente usare un mezzo, ma introiettare una cultura, che nel caso in questione in particolare in quegli anni, comprendeva l’identificazione del nero come simbolo del male. Questi valori della cultura dominante, quando vengono assimilati e interiorizzati, creano una frattura fra la coscienza, la consapevolezza dell’uomo di colore e il suo corpo e ciò produce alienazione. Le stesse categorie di bianco e nero sono inscritte in un contesto che non è affatto neutro, ma basato sulla negazione del nero, quindi su una forma di razzismo che può essere più o meno esplicito, ma che esiste sotto traccia anche quando non è dichiarato. Fanon fu fortemente criticato nei gender studies e nella ricerca femminista di studi postcoloniali per la sua convinzione che le donne nere fossero un supporto alla colonizzazione, alla cui oppressione Fanon non dedicò altrettanta lungimiranza quanto nei aveva dedicata invece alla oppressione dell’uomo nero, tuttavia non si può negare che gli stessi studi post coloniali in senso lato, siano assai debitori alla sua analisi e al suo pensiero. Dobbiamo poi considerare che Fanon è morto giovanissimo (34 anni), nel pieno di una evoluzione ancora in atto del suo pensiero. La studiosa femminista Judith Butler nel testo Questioni di genere, riconosce l’importanza del suo pensiero anche per il femminismo. Citando l’opera di Fanon  Pelle nera e maschere bianche, afferma Butler:

L’ideale normativo del corpo come situazione e al tempo stesso come strumento, viene accolto sia da de Beauvoir per quanto riguarda il genere, sia da Franz Fanon per quanto riguarda la razza …

 concludendo che il corpo in quanto tale diventa strumento di libertà. 

Terza questione. Cito una frase lapidaria di Fanon stesso:

Per il colonizzato, l’obiettività è sempre diretta contro di lui.

Sta parlando della psichiatria francese di quegli anni, ma un’affermazione come questa anticipa un altro dei temi forti del ’68 europeo e cioè la non neutralità delle scienze e delle loro procedure, in particolare quelle delle scienze umane. In questo senso, la sua opera di medico e psichiatra non può essere separata dalla sua attività politica ma costituisce l’altra faccia del suo impegno. Pensando all’Italia di quegli vengono in mente tre figure che fecero qualcosa di analogo: Giulio Maccaccaro, Laura Conti ed Ercole Ferrario, uomini e donne che hanno aperto la stagione di riviste e ricerche su scienza e politica. 

L’attualità di Fanon

Il titolo del suo libro più famoso, dopo oltre 60 anni dalla sua pubblicazione appare addirittura profetico. I dannati e le dannate della terra sono aumentati, anche se i processi non sono univoci. Il fenomeno che neppure Fanon avrebbe forse  previsto è  un altro e ci porta alla seconda ragione della sua attualità. I dannati e le dannate della terra tornano a esistere anche nel mondo che egli avrebbe definito bianco: la generazione dei devastati dalle droghe, dei precari a vita senza futuro, è oggi presente nelle metropoli occidentali ed è sempre meno composta solo da extracomunitari che vengono qui perché noi li abbiamo invasi, o perché fuggono dalle guerre provocate dall’occidente, ma anche di popolazione locale autoctona.

Terzo aspetto. Dall’America latina e da tutto l’arcipelago del femminismo intersezionale ci viene il monito che un approccio solo classista ai problemi odierni è più che limitativo, anzi va radicalmente superato: sia perché non tiene conto delle questioni di genere, sia perché non considera la questione dei popoli originari della terra e delle loro culture come altrettanto fondante. La considerazione di Fanon trova nello sviluppo dei movimenti in America Latina una puntuale conferma; non tanto (o non solo) perché abbiano trovato una ispirazione diretta nel suo pensiero, ma perché è vistosa ed evidente la presenza dell’elemento indigeno nei movimenti che si sviluppano in tutto il continente.

Il quarto e ultimo aspetto riguarda la non neutralità delle scienze, un tema che oggi torna di drammatica attualità con i cambiamenti climatici e la siccità provocati dall’economia fossile e non solo. Questo problema ha un duplice aspetto. Da un lato la battaglia per considerare la scienza non neutrale è stata una delle più efficaci degli anni ’60-80, tanto che sono proprio gli scienziati in prima linea nel denunciare i pericoli cui andiamo incontro come umanità e sono stati proprio loro a far crescere la consapevolezza oggi presente nelle nuove generazioni di tutto il mondo.  Questo però avviene nel deserto della politica, nella sua totale abdicazione rispetto a questo come ad altri problemi, primo fra tutti il ritorno della guerra come strumento per risolvere i conflitti.

Per concludere

Nel mondo in rivolta di oggi, che in troppi a sinistra fanno finta di non vedere per paura e per vergogna, le questioni che si pongono sono ancora più radicali che non negli anni ’60, prima di tutto perché appare sempre più evidente la connessione fra i diversi tipi di oppressione che si manifestano a tutte le latitudini. Se infatti un nero africano degli anni ’60 poteva pensare che la sua oppressione dipendesse solo dal vecchio colonialismo e un operaio bianco europeo poteva affidare le proprie speranze a un welfare che ancora reggeva grazie alle lotte e a un sindacato almeno apprezzabile, oggi nessuno può farsi più delle illusioni. I margini di manovra sono stati erosi, anche se il panorama non è univoco e le rivolte nascono e rinascono in continuazione e dappertutto. In America Latina è in atto una seconda ondata che si estrinseca in una originale relazione fra movimenti, governi e organismi di cooperazione economica: la stessa esistenza del Brics e nonostante il freno costituito dalla presidenza Bolsonaro fortunatamente rovesciata, il ruolo sempre più marcato che esso ha sullo scenario mondiale, è il segno che non ci sono soltanto processi di neocolonialismo in atto, ma che il panorama è molto più sfaccettato e che, strategicamente, l’occidente capitalistico ha meno potere di quanto ne avesse negli ’60 e per questo reagisce convulsamente con l’unica arma che possiede: quella della supremazia militare, della guerra ortodossa e non, della creazione di fasce del caos ovunque. In Francia, la seconda ondata di lotte dopo quelle dei gilets jaune non avanza più solo rivendicazioni economiche ma chiede un cambio di regime politico e dimostra che anche in Europa è possibile la ripresa delle lotte.   

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