IL CESELLO ARRUGGINITO. Prima parte

Il denaro nelle rappresentazioni letterarie.

Introduzione

Il testo che ripubblico in questo blog, fa parte di un libro collettivo intitolato L’ideologia del denaro, tra psicoanalisi, letteratura e antropologia, a cura di Adriano Voltolin, edito da Bruno Mondadori. Il lavoro nacque all’interno del percorso di studio della Società di Psicoanalisi Critica. Il volume contiene saggi che affrontano la tematica del denaro da diversi punti di vista. Quello che spettava a me, come ambito di mia competenza era la presenza del denaro nella letteratura, un tema vastissimo e che tuttavia, non potevo affrontare senza entrare un poco nel merito dello specifico economico, anche perché uno dei testi da me presi in considerazione e cioè Il canto dell’Usura di Ezra Pound è sorprendente proprio per la capacità del poeta di rendere poetica una materia che sembra rifuggirne. Anche per questa ragione lo ripropongo nella rubrica Critica del pensiero unico e non in quelle più legate alla letteratura in senso stretto.

Del testo originale non ho cambiato nulla perché mi sembra quanto mai attuale. Tuttavia, all’inizio della premessa, esso contiene una rapida frase sul nesso fra baratto ed economia monetaria, che non mi sento più di sottoscrivere in quella forma sbrigativa. Mi sono convinto di ciò dopo avere letto due libri recentissimi che, facendo riferimento ad altrettante ricerche antropologiche sul campo, non ancora disponibili quando questo saggio fu scritto, hanno messo in discussione diversi luoghi comuni intorno alle questioni economiche, fra cui proprio la questione assai annosa del baratto. I due libri in questione sono L’alba di tutto di David Graeber e David  Wengrow (di cui in questo blog si trova già una breve presentazione)  e Il debito gli  ultimi 5000 anni di David Graeber. Infine, data la lunghezza del saggio, l’ho diviso in tre parti, lasciando l’ampia bibliografia alla fine della terza parte.         

Prima parte.

Premessa

Del denaro, della sua penuria o abbondanza, si parla e si scrive da sempre; soltanto la guerra e l’amore occupano uno spazio più ampio in letteratura. Dal momento in cui la circolazione monetaria sostituì il baratto, quanto d’arcano la contraddistingue ha occupato le menti e i cuori e fatto scorrere le penne sulla carta. La letteratura in materia è sterminata e occuparsi di tale argomento richiede prima di tutto, che si delimitino i binari entro i quali condurre un’esplorazione qualsiasi.

Mi sono ispirato a due diversi ordini di necessità: il primo è l’aderenza ai tempi in cui viviamo. La crisi capitalistica mondiale rende di bruciante attualità i discorsi sul denaro: se ne parla ovunque come mai di recente era accaduto, l’economia entra nelle case e nella vita quotidiana di tutti, sconvolge ordini sociali e famigliari; tutto questo pone un’esigenza di concretezza. Il primo criterio, dunque, è proprio quello di partire da ciò che la nuda e cruda realtà ci mette davanti agli occhi. Non è stato difficile trovare tre testi che sembrano scritti per questo. Il primo è di Èmile Zola, s’intitola L’argent (Il denaro) e fa parte del monumentale ciclo Rougon-Macquart, che consta di diciotto romanzi. Il titolo perentorio non necessita di molte note aggiuntive. Con gli altri due testi ci avviciniamo ai nostri tempi poiché si tratta di opere scritte  contemporaneamente o successivamente lo sconvolgimento provocato dalla Grande Depressione degli anni ’30, successiva alla crisi strutturale del 1929: Il Canto XLV, detto anche dell’Usura, dai Cantos di Ezra Pound e L’orologio americano di Arthur Miller, del 1982.

Questa la realtà; tuttavia, intorno denaro sono sempre fiorite le favole e anche oggi non si smette di raccontarle e di crederle. Del resto non c’è da stupirsi perché se è vero che di esso si scrive e si parla da sempre, è altrettanto vero che per millenni lo si è considerato esclusivamente in termini morali, oppure favolosi. Solo recentemente il denaro è stato oggetto d’indagine scientifica; precisamente dalla metà del Settecento in poi, quando l’economia smise di essere una questione di destino, di vacche grasse e magre, di maledizioni bibliche e successive cornucopie, per avviarsi verso la propria autonomia come scienza, seppure umana.

Uno sfondo arcano, tuttavia, permane e scriverne non può prescinderne. Intorno al denaro fioriscono le leggende, le mistificazioni interessate, si affollano gli imbonitori, proliferano le truffe, le illusioni e le depressioni; lo stesso gioco d’azzardo, che aumenta in modo esponenziale proprio nei momenti di maggiore crisi economica, sta a dimostrarlo. Bisogna tenerne conto e cercare d’interrogarsi sulla necessità di questa permanenza nella psicologia profonda degli individui e delle masse. Per farlo ho attinto all’immenso serbatoio delle fiabe, privilegiando alcuni tratti che in esse si ripetono, a qualche aneddoto e per ciò che riguarda tempi a noi più vicini ho scelto alcune pagine illuminanti tratte da Massa e Potere di Elias Canetti.

Nel pieno degli anni ’90 mi capitò di seguire un’inchiesta televisiva sulla nascente new economy, che allora nessuno chiamava ancora così. Il protagonista era un finanziere di rango che operava per una delle tante società che allora nascevano come funghi; uno di quei veri e propri guru della nostra epoca, che le definizioni giornalistiche indicano come gnomi della finanza. Si cominciava con una panoramica sui suoi appartamenti: case bellissime e senza pacchianerie, da vero signore. Seduto su un divano, però, il nostro moderno principe rivelava di lavorare, da sei anni a quella parte, per un numero variabile dalle 12 alle 16 ore al giorno (esattamente come il fruttivendolo sotto casa mia, che non chiude mai, nemmeno la mattina di Natale). Allo sgomento dell’intervistatrice egli rispondeva sorridendo che avrebbe continuato per altri due anni per poi ritirarsi e godersi finalmente la vita. L’inchiesta proseguiva e, dopo alcuni minuti dedicati ad altri protagonisti dell’economia globale, la macchina da presa inquadrava di nuovo il nostro personaggio. La rapidità della sequenza faceva pensare al telespettatore che si ritornasse al momento dell’intervista appena ascoltata; invece non era così. La giornalista, con grande abilità, aveva montato due spezzoni diversi, fra i quali la distanza temporale era di circa due anni. Alla reiterata domanda sul proprio futuro l’uomo, la seconda volta, rispondeva di non essere sicuro di ritirarsi.

Non bisogna essere il dottor Freud per capire che nel 99% dei casi questi uomini non se n’andranno mai perché il meccanismo della dipendenza agisce su di loro in forme ancor più forti, perché inconsce e nutrite dal senso di colpa. I guadagni sono talmente ingenti da creare dipendenza dalla società che permette loro di conseguirli; lasciare il campo avrebbe il sapore dell’ingratitudine, nonostante possano essere scaricati in qualsiasi momento dai loro datori di lavoro. A questo si aggiunga un altro fattore: i guadagni provenienti dalla speculazione, dai marchingegni dell’ingegneria finanziaria fino all’insider trading, largamente praticato nonostante le foglie di fico della legge, per la loro mole consistente e arbitrarietà, spingono a credere che l’accumulo di denaro si auto alimenti: quando con una semplice movimentazione di capitali, essi si raddoppiano in pochi giorni, come è accaduto per alcuni anni prima del crollo, lo scarico d’adrenalina permette di superare momentaneamente la fatica.

Questi uomini sono costretti a rimandare tutto al dopo e quello che colpiva sempre più in quell’intervista era la solitudine del protagonista, l’impossibilità d’avere rapporti stabili. Come i rapinatori di banca o i giocatori di professione essi non possono smettere, anche se sognano continuamente di farlo. L’abile giornalista fingeva di credergli e preparava molto bene le sue trappole; s’era messa nella posizione di quei personaggi femminili dei noir americani degli anni ’60, in cui il protagonista maschile dice alla bella di turno frasi del tipo: ‘faccio l’ultimo colpo e poi andiamo alle Bahamas, a Tahiti, alle isole Salomone’ ecc. ecc. La conclusione di quelle storie portava i loro protagonisti dritti dritti in un monolocale a Sing Sing, l’esito più probabile nel caso del finanziere è la consumazione rapida di ogni esperienza vitale, oppure una lunga terapia analitica; spesso entrambe le cose.

Come si possa reggere una vita del genere è facile da immaginare e tutti ne sono a conoscenza, salvo poi stracciarsi le vesti contro il narcotraffico.

Ebbene, uomini del genere, così manifestamente incapaci di capire quali conseguenze ha su loro stessi la vita che fanno, possono decidere di spostare capitali enormi da una parte all’altra del globo, chiudere e aprire società, realizzare ricchezze immense in pochi giorni o far fallire in due settimane un intero stato. Tuttavia può accadere anche il contrario: che a causa di un investimento sbagliato o del puro caso – come accadde qualche anno fa a un giovane guru inglese che aveva comprato alcune aziende giapponesi una settimana prima del terremoto di Kioto che le avrebbe rase al suolo – possano trovarsi senza nulla nel giro di una settimana.

Per ritrovare un analogo manifestarsi di tale alternanza fra disperazione ed euforia, senso di onnipotenza e annichilimento di ogni prospettiva, bisogna ricorrere alle  fiabe: una particolarmente famosa è quella dell’asino che cacava monete.

Asini che cacano monete, pesciolini d’oro e … altre bestie.

Il tavolino magico, l’asino d’oro e il randello castigamatti dei Fratelli Grimm è un testo assai complesso, la cui analisi richiederebbe un saggio intero. Riassumo la parte della vicenda che riguarda il tema del denaro.1 Il primo di tre fratelli, allontanati da casa dal padre, riceve in dono un asino magico che a comando caca monete d’oro. Naturalmente l’uomo pensa di avere risolto tutti i suoi problemi; non solo, ma diviene prodigo in modo del tutto sconsiderato, non curandosi minimamente di proteggere il prezioso segreto di cui beneficia, con il risultato che si fa rubare l’animale dall’oste presso il quale si era fermato per cenare. L’asino verrà, alla fine della fiaba, riconquistato dal fratello minore, grazie all’astuzia e alla capacità di non affidarsi semplicemente alla fortuna. Il primo dei due, infatti, ha una fiducia cieca nelle potenzialità delle facoltà magiche dell’asino, pensa che la fatica di vivere sia del tutto scomparsa, si specchia come un narciso nell’onnipotenza apparente che lo rende cieco rispetto all’inganno dell’oste. La dinamica della fiaba riflette molto bene le alterne fortune del gioco, compreso quello di borsa. Chi si affida solo alla buona sorte incappa fatalmente anche in quella cattiva, senza mezze misure: può avere tutto come può perdere tutto in un solo attimo.

Le fiabe più interessanti rispetto al tema che qui si tratta sono, tuttavia, quelle che hanno a che fare con l’avidità e la ricchezza. Sono molte e si trovano in tutte le culture: una particolarmente bella è Il pesciolino d’oro, di cui Pushkin ci ha lasciato una mirabile versione in prosa. Altre, di cui esistono diverse versioni, rappresentano molto bene le conseguenze dell’avidità. Una per tutte è quella intitolata Il pescatore e sua moglie.

Un uomo entra in possesso di un talismano magico che gli permette di esaudire ogni desiderio. Lo dice alla moglie e lei comincia ad avanzare richieste sempre più smodate, finché non chiede di diventare come dio: quando il desiderio viene formulato, la magia scompare e i due si ritrovano nella condizione di partenza.

Questa tipologia di fiabe rappresenta molto bene le conseguenze della ricerca spasmodica del godimento (che è cosa ben diversa dal desiderio e dalla sua realizzazione), ma anche l’impossibilità di sottrarsi a tale pulsione, una volta che si sia imboccata quella strada. La psicologia del nostro gnomo della finanza non è diversa da quella della moglie del pescatore!

Per concludere scelgo un’altra fiaba, ancora dei Fratelli Grimm, intitolata La giubba verde del diavolo, per i suoi echi faustiani. Eccone l’inizio:

C’erano una volta tre fratelli che allontanavano sempre il più piccolo di loro; quando vollero andarsene per il mondo, gli dissero: -Non abbiamo bisogno di te, vattene da solo-. Così lo abbandonarono ed egli dovette procedere solo; giunse in una gran brughiera ed era molto affamato. Nella brughiera c’era un cerchio di alberi: vi si sedette sotto e si mise a piangere. D’un tratto udì un rumore e, quando si guardò attorno, vide venire il diavolo con una giubba verde e un piede di cavallo. – Che cos’hai, perché‚ piangi?- disse. Allora egli gli confidò la sua pena e disse: – I miei fratelli mi hanno scacciato -. Disse il diavolo: – Voglio aiutarti: indossa questa giubba verde, ha delle tasche che sono sempre piene di denaro; puoi prenderne fin che vuoi. In compenso però voglio che per sette anni tu non ti lavi, non ti pettini non‚ preghi. Se muori in questi sette anni, sei mio; ma se rimani in vita, sarai libero e ricco fino alla fine dei tuoi giorni-.

Il protagonista segue puntualmente le indicazioni del diavolo, ma dopo un po’ di tempo tutti lo evitano a causa del suo aspetto orribile e dell’odore che emana. Per farsi accettare, allora, l’uomo compie atti di generosità continui. Di peregrinazione in peregrinazione, una sera, in un’osteria, sente piangere un uomo:

“… Il giovane gli domandò che cosa mai lo affliggesse tanto, e il vecchio disse che non aveva più soldi; era in debito con l’oste che l’avrebbe trattenuto finché‚ non avesse pagato. Allora il giovane dalla giubba verde disse: – Se è tutto qui, di denaro io ne ho a sufficienza: pagherò per voi -. E liberò l’uomo dai suoi debiti. Il vecchio aveva tre belle figlie e gli disse di scegliersene una in moglie come ricompensa. Ma quando giunsero a casa e la maggiore lo vide, si mise a gridare all’idea di sposare un essere così orrendo, che non aveva più aspetto umano e sembrava un orso. Anche la seconda fuggì via e preferì andarsene per il mondo. La terza invece disse: – Caro babbo, se gli avete promesso una sposa, ed egli vi ha aiutato nel momento del bisogno, vi ubbidirò -. Allora il giovane dalla giubba verde si tolse dal dito un anello, lo spezzò, ne diede metà alla fanciulla e tenne per s‚ l’altra; e nella prima scrisse il proprio nome, nell’altra il nome di lei, pregandola di serbare con cura la metà dell’anello. Rimase ancora un po’ di tempo con lei, e infine disse: – Ora debbo prender congedo, rimarrò lontano per tre anni, siimi fedele in questo periodo di tempo; quando tornerò celebreremo le nostre nozze. Se invece non torno sei libera, perché‚ io sarò morto, ma tu prega Dio che mi tenga in vita -. In quei tre anni le due sorelle maggiori della sposa si fecero beffe di lei e le dicevano che avrebbe avuto un orso per marito al posto di un uomo normale.”

L’uomo prosegue nel suo viaggio, comperando regali per la futura moglie e compiendo altri atti di generosità. Allora Dio s’impietosisce di lui e gli permette di arrivare indenne alla fine dei sette anni. Il giovane s’incontra con il diavolo e gli restituisce la giubba verde:

“… Poi se ne andò a casa, si ripulì per bene e si mise in cammino per recarsi dalla sua sposa. Quando giunse al portone d’ingresso, incontrò il padre; lo salutò e disse di essere lo sposo, ma quello non lo riconobbe e non voleva credergli. Allora egli salì dalla sposa, ma anch’ella non voleva credergli. Infine egli le domandò se avesse ancora la metà dell’anello. Ella rispose di sì e andò a prenderla; anch’egli prese la sua, l’accostò all’altra e si vide che le due parti combaciavano perfettamente: egli non poteva che essere il suo sposo E quand’ella vide che era un bell’uomo, si rallegrò, lo amò e celebrarono il matrimonio. Le due sorelle, invece, erano così furiose di aver perso quella fortuna, che lo stesso giorno del matrimonio l’una si annegò, mentre l’altra si impiccò. La sera, bussarono alla porta e si sentì un brontolio; quando lo sposo andò ad aprire, ecco il diavolo in giubba verde, che disse – Vedi, adesso ho due anime in cambio della tua! – “

La morale di questa fiaba è molto sottile. Non c’è atto di bontà che possa fare tornare i conti se si stabilisce un patto demoniaco con il denaro; neppure dio può farlo. Non ha alcuna importanza che le due sorelle siano rappresentate come cattive, perché questo accade in ogni fiaba. In questo caso, la novità è che c’è sempre un prezzo da pagare, anche quando a pagarlo è un malvagio! Tale prezzo può essere occulto, o altrove come nel caso dei meccanismi finanziari. Chi consegue ingenti guadagni speculativi non vede dove si è verificato il danno che fa da contrappeso al saldo positivo delle movimentazioni dei capitali che gestisce: non lo vede, ma il danno – da qualche parte – c’è sempre!

Queste fiabe tuttavia, ci suggeriscono anche altre considerazioni: prima di tutto che l’associazione fra escrementi, monete e diavolo è antichissima e nasce ben prima che Martin Lutero definisse il denaro sterco del demonio.2

Un altro esempio di comportamenti causati dall’avidità ci proviene dall’antichità e viene ripreso da Elias Canetti in Massa e potere, in un breve paragrafo alle pag. 107 e 108, intitolato Il tesoro.3 Si tratta di un aneddoto ricordato da Plutarco in La vita di Pompeo.

Durante una spedizione in Africa la flotta di Pompeo giunse nei pressi di Cartagine;  alcuni soldati s’imbatterono casualmente in un tesoro che li rese ricchi. Non appena la notizia si sparse fra i militari delle altre legioni, si diffuse la voce che i cartaginesi avevano nascosto ricchezze immense un po’ dappertutto e sotto terra. In preda a un delirio crescente l’esercito romano si sbandò, tutti si misero a scavare, le dimensioni del tesoro crescevano quanto meno se ne trovava traccia. Pompeo, prima preoccupato, decise poi di non intervenire per nulla. Osservava divertito e in disparte quanto stava avvenendo. Dopo qualche giorno il tutto si sgonfiò: improvvisamente ciò che sembrava solido, svanì di colpo. Il tesoro semplicemente non esisteva, la diceria si era auto alimentata e con la stessa rapidità si era sgonfiata di colpo come una bolla di sapone (o come la bolla finanziaria).4

Questo atteggiamento psicologico intorno al denaro o al tesoro, è ancora una volta lo stesso del giocatore d’azzardo, di cui sono note euforie e depressioni, strettamente dipendenti dall’alternanza casuale di vincite e perdite, di cui è del tutto in balìa. Più che non l’ovvia citazione de Il giocatore sono interessanti le interviste e le riflessioni di Tommaso Landolfi e di sua moglie Idolina in materia.


1 Tutte le citazioni riguardanti le Fiabe dei Grimm sono tratte dall’edizione Einaudi.

2 La maledizione del denaro colpisce sempre chi ne parla e ne scrive e dunque colpirà anche me! Il denaro è un’ascia bipenne senza manico per cui chi la impugna infligge a se stesso gli stessi danni che infligge agli altri. Il povero Martin Lutero, quando definì il denaro sterco del demonio aveva in mente, come tutti sanno il Papa di Roma e il commercio delle indulgenze. Non poteva sapere, in quel momento, che soltanto pochi decenni dopo l’etica protestante sarebbe stata la migliore culla per il nascente capitalismo

3 Tutte le citazioni dall’opera Massa e potere di Elias Canetti si riferiscono alla pubblicazione da parte della casa editrice Adelphi, per la traduzione di Furio Jesi, Milano Luglio 2002, undicesima edizione.

4 Varrà la pena di notare di sfuggita, che l’invenzione del tesoro legata a vicende guerresche o marinare, è un archetipo che viene riciclato anche ai nostri tempi: si pensi alle spedizioni alla ricerca d’improbabili tesori in navi affondate, come nel caso del Titanic e dell’Andrea Doria. La narrazione mitica, così vivida nelle parole di Plutarco, lo è altrettanto anche nella nostra realtà.